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Clima, concluso il Summit di New York. Tante promesse ma poche risposte

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Il Summit Internazionale sul Clima delle Nazioni Unite ha chiuso i battenti, tra cauti elogi per i risultati ottenuti e dure condanne per i (tanti) fallimenti.

Si è concluso il Summit Internazionale sul Clima dell’ ONU dopo una due giorni in cui si sono alternati sul palco i leader delle grandi nazioni industrializzate e non, tra promesse da mantenere, obiettivi da raggiungere, tante frasi fatte e interventi deliranti.

Partendo in positivo, con la notizia che oltre 60 nazioni stanno lavorando per ridurre le loro emissioni di gas serra a zero, o meglio a “virtualmente zero”.

Positivo si, ma fino a un certo punto,visto che la maggior parte di quelle nazioni sono sotto-industrializzate, quindi fanno parte già di quel gruppo di stati il cui impatto sull’ambiente è di gran lunga inferiore a quello delle grandi potenze.

Sicuramente ottima la notizia che la Russia entra ufficialmente nell’accordo di Parigi, soprattutto se si considera che la nazione guidata da Putin era una di quelle meno attive in assoluto sul fronte ambientale. Adesso aspettiamo di vedere come si evolverà la situazione.

Fortunatamente per loro possono contare su una gigantesca fonte di assorbimento CO2 che è la foresta siberiana, o almeno quello che ne resta, nonostante ciò si spera che la Russia possa iniziare a considerare l’ambiente come una risorsa più che un impedimento.

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Negativo sicuramente è stato il discorso della Merkel. Ci si aspettava molto dalla Germania, ma il Pacchetto Clima approvato pochi giorni prima del Summit è stato criticato da molti come poco incisivo, quasi un ripiego, e il discorso del Cancelliere tedesco alle Nazioni Unite non ha per niente fugato i (tanti) dubbi delle associazioni ambientaliste.

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Negativo per non andare oltre anche il panel del Brasile. Il presidente Bolsonaro, in un impeto di nazionalismo e di paranoia tipica del fascismo ha testualmente detto che “l’Amazzonia non è in pericolo, non è un patrimonio nazionale” e soprattutto che “l’intervento di aiuto delle nazioni straniere nascondono un tentativo di colonialismo del nostro paese“.

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L’Italia sta nel mezzo, il premier Conte ripropone quello ha detto nel suo discorso di Governo alla Camera, apprezzabile l’inserimento della tutela dell’Ambiente nella Costituzione, ma quello che manca sono i fatti concreti. Ad oggi il decreto Clima è fermo chissà dove, nell’attesa di trovare le coperture economiche.

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Tutto questo all’ombra del discorso di Greta Thunberg, che ha accusato i governi di pensare ancora ai soldi alle soglie dell’estinzione dell’umanità e che ha denunciato pubblicamente all’ ONU 5 nazioni tra cui la Germania e la Francia per il loro mancato adempimento degli obblighi sulle emissioni.

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Il presidente Macron non l’ha presa bene, accusando la Thunberg di avere un approccio troppo radicale, aggiungendo che il suo attacco al governo francese “è stato fuori luogo“.

La Germania è stata più accomodante, e la Merkel ha anche postato una foto su Instagram dove si vede lei che discute con la giovane attivista svedese.

 

 

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Nonostante tutte le critiche però,ci sono stati chiari segnali in tutto il mondo che la gente sta piano piano prendendo coscienza del problema ambientale e dell’emergenza climatica.

L’ India, la Cina e l’ Unione Europea hanno confermato che nel 2020 promuoveranno risoluzioni più aggressive per ridurre le emissioni di CO2.

Le maggiori aziende di delivery del mondo, come Amazon o Ikea si stanno impegnando per raggiungere le Emissioni Zero entro il 2030.

La Finlandia punta a diventare la prima nazione industrializzata ad assorbire più CO2 di quanto ne emetta.

Il Pakistan, che ha piantato un miliardo di alberi negli ultimi 5 anni, ha promesso di piantarne altri 10 nei prossimi 5 anni.

La Grecia infine metterà al bando la plastica a uso singolo nel 2021.

I più scettici applaudono agli sforzi ma avvisano che questi impegni da parte delle nazioni più grandi non sono lontanamente vicini a quello che serve effettivamente per contrastare l’emergenza climatica.

Per esempio, parliamo degli USA e del Presidente Donald Trump.

Trump è arrivato all’assemblea quando metà sessione era già passata, dopo aver negato la sua presenza, si è seduto, ha assistito al discorso della Merkel e poi si è alzato e se n’è andato per attendere a un meeting sulla libertà di religione. Un totale di 14 minuti, tutto sotto lo sguardo furioso di Greta Thunberg.

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Tutto l’impegno del Presidente Americano sul clima  si è ridotto al prendere in giro su twitter il discorso della Thunberg, definendola una “very happy young girl”.

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Un po’ poco per il leader della nazione più potente del mondo.

Quello che si critica di più a questo summit infatti è che l’impegno maggiore è venuto dalle nazioni che già adesso sono quelle che impattano di meno sull’ambiente, ovvero gli stati in via di sviluppo.

Harjeet Singh di ActionAid per esempio, spiega: “Questo summit doveva essere un punto di svolta. Ma quello che abbiamo visto è stato un’eccezionale mancanza di impegno da parte delle nazioni più grandi e più inquinanti, che invece continuano ad adottare misure banali e poco incisive su una situazione che è sempre di più di vita o di morte.

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Jennifer Morgan, il capo di Greenpeace International, ha dichiarato che “per la maggior parte, i leader mondiali non sono riusciti a dimostrare un serio impegno su quello di cui il pianeta ha veramente bisogno.”

 

 

 

 

 

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