Nuovo studio su Pfas: interferiscono con la Vitamina D e favoriscono l’osteoporosi

Pfas. Il suo nome è WaterPlas ed è il progetto innovativo dell’Università di Padova per la depurazione delle acque inquinate da Pfas, presentato in Regione Veneto a cura del Gruppo Consigliare del MoVimento 5 Stelle.

 

“Ormai due anni e mezzo fa, già avevamo portato all’attenzione del governo regionale uno studio dell’Università di Pisa sull’uso dei microrganismi – ricorda Manuel Brusco, presidente della commissione regionale d’inchiesta sul grave fenomeno di inquinamento – oggi proponiamo un rimedio nuovo ed economicamente accessibile, prodotto da un team dell’università di Padova , sulla scorta di studi, tra l’altro finanziati proprio dalla Regione.”

Ad illustrare il progetto, i ricercatori Mirko Magarotto, Cristina Paradisi ed Ester Marotta che hanno spiegato come la tecnologia attualmente usata per rimuovere i pfas dall’acqua, utilizzi filtri a carboni attivi che si saturano rapidamente e diventano materiale da smaltire in quantità enormi.

La nuova tecnica invece, prevede il trattamento con il cosiddetto Plasma Freddo, una reazione innescata nello strato di aria sopra l’acqua inquinata, mediante scariche elettriche.

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I test dei ricercatori, hanno dimostrato come in tempi rapidissimi questa tecnologia riesca ad abbattere il 90% dell’inquinamento da Pfas.

“Serve ancora un periodo di studi, ma –  hanno annunciato i ricercatori – entro un anno si potrebbe passare alla fase di applicazione concreta”.

A preoccupare però sono le conclusioni di uno studio condotto dall’Università di Padova e pubblicato sulla rivista Endocrine.

I dati dello studio dimostrano come i Pfas inducano un maggior rischio di osteoporosi attraverso l’interferenza dell’azione della vitamina D sui suoi recettori.

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L’80 per cento della popolazione italiana – si legge nello studio – è carente di vitamina D e sono sempre più evidenti e note le ricadute di questa deficienza non solo come causa della osteoporosi, ma come fattore che associa molte patologie come malattie degenerative, come l’Alzheimer, il Parkinson, le patologie polmonari e il diabete.

La vitamina D per l’80 per cento si forma attraverso l’esposizione al Sole ed è contraddittorio che nei paesi mediterranei come l’Italia e la Spagna si sia verificata una condizione generalizzata di ipovitaminosi D.

Eppure, nonostante l’incredibile incremento nell’utilizzo di farmaci per la supplementazione di vitamina D, passati dal 63esimo posto nel 2012 al sesto posto nel 2018 nella classifica dei farmaci più acquistati in Italia, le patologie correlate a bassi livelli di vitamina D continuano ad aumentare.

Le ricerche condotte dal gruppo di ricerca coordinato da Carlo Foresta e guidato dal Andrea Di Nisio hanno dimostrato che i Pfas interferiscono con il recettore della vitamina D, inducendo una ridotta risposta delle cellule scheletriche alla vitamina D stessa, che si manifesta con una minor mineralizzazione ossea.

Questi risultati, oltre a mappare come i Pfas interferiscono con l’attività di questo importante ormone, suggeriscono un possibile ruolo per questi inquinanti nella patogenesi dell’osteoporosi, la principale patologia correlata ai ridotti livelli di vitamina D.

A questo scopo, i ricercatori hanno valutato la densità dell’osso in 117 giovani maschi di età compresa tra 18 e 21 anni esposti all’inquinamento da Pfas.

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“Confrontando i risultati con quelli ottenuti in un analogo gruppo di controllo di giovani non esposti a questo inquinamento – continua Foresta – è emerso che negli esposti la densità minerale ossea era significativamente inferiore ai controlli. Questi risultati suggeriscono un’interferenza dei Pfas sullo sviluppo scheletrico, così come altri interferenti endocrini non considerati in questo studio. Nel 24 per cento dei soggetti esposti si osservava infatti una maggior frequenza di osteopenia e steoporosi, rispetto al solo 10% dei soggetti di controllo”.

Negli Usa intanto sta per partire un importante studio sugli effetti sulla salute del consumo di acqua potabile contaminata da Pfas, finanziato dai Centri per il controllo delle malattie (Cdc) e dall’Agenzia per il registro delle sostanze tossiche e malattie (Atsdr) e che coinvolgerà ben 7 Università.

I Pfas infatti, sono sostanze largamente utilizzate, ad esempio in alcuni cosmetici, in molti attrezzi da cucina, o ancora per rendere impermeabili i vestiti e antimacchia i tessuti.

Ogni istituto riceverà un milione di dollari per studiare l’esposizione della popolazione in diverse città e contee, come quelle di El Paso, North Kent, Montgomery, Gloucester, Hyannis, Hoosick Falls e Newburgh.

“C’è troppo che ancora non si sa sugli effetti provocati dall’esposizione a queste sostanze” – ha spiegato Patrick Breysse, direttore del centro di salute ambientale dell’Atsdr – questo studio darà delle risposte alle comunità esposte all’acqua contaminata”.

Recenti studi, hanno mostrato che l’esposizione ad alcuni Pfas può influire in modo negativo sull’apprendimento e sul comportamento dei bambini, sulla fertilità femminile, interferire con gli ormoni, aumentare i livelli di colesterolo, danneggiare il sistema immunitario ed aumentare il rischio di alcuni tumori.

Per questo studio saranno arruolati almeno 2.000 bambini tra 4 e 17 anni e 6.000 adulti dai 18 anni in su esposti a queste sostanze attraverso l’acqua potabile.

 

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