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Plastica, Coca Cola campione del mondo di inquinamento per il quarto anno consecutivo

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L’Associazione Break Free From Plastic ha “incoronato” per il quarto anno consecutivo Coca Cola come il marchio che produce più rifiuti plastici nel mondo.

Secondo il report dell’associazione Break Free From Plastic Coca Cola è, per il quarto anno consecutivo il brand che ha prodotto più inquinamento plastico al mondo. L’associazione si basa sui singoli rifiuti plastici raccolti da migliaia di volontari in tutto il mondo durante l’anno. Coca Cola ha stravinto con quasi 20mila rifiuti singoli recuperati in un anno, più del doppio del secondo marchio classificato, Pepsi.

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Per stilare questa classifica, l’ONG Break Free From Plastic ha mobilitato 11.000 volontari e organizzato 450 raccolte di rifiuti in 45 paesi. L’obiettivo: raccogliere rifiuti da spiagge, strade o parchi per identificare i marchi responsabili di questo inquinamento. Bottiglie d’acqua, lattine di soda, vasetti di yogurt, composte da bere, gel doccia, tubetti di dentifricio, lattine di detersivo, pacchetti di sigarette… In totale, quest’anno sono stati recuperati 330.493 rifiuti di plastica, ma meno del 60% sono stati associati a un marchio.

 


Oltretutto, l’inquinamento da plastica prodotto dalla Coca-Cola non sta migliorando. Nel 2018, quando ha pubblicato il suo primo rapporto, Break Free From Plastic ha identificato 9.216 rifiuti di plastica dovuti ai prodotti Coca-Cola, 11.732 l’anno successivo e 13.834 nel 2020.

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“La protezione dell’ambiente è una priorità assoluta”, proclama il marchio sul proprio sito web. “In particolare, ci impegniamo a consentire la raccolta di tutti gli imballaggi dei nostri prodotti entro il 2025 in modo che non finiscano come rifiuti o negli oceani. Siamo ancora lontani dall’obiettivo”

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Per la Ong, le multinazionali stanno solo “fingendo” di affrontare la crisi della plastica. “È ora che le aziende smettano di promuovere soluzioni fasulle e si concentrino sulla vera risposta: eliminare immediatamente la plastica monouso e passare da una cultura usa e getta a un’economia circolare”, conclude il rapporto.

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