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Chernobyl, a 35 anni dal più grande disastro nucleare ancora effetti devastanti su ambiente e salute

A 35 anni dall’esplosione del reattore numero 4 della centrale di Chernobyl, gli effetti a lungo termine sulla salute delle popolazioni raggiunte dalla nube radioattiva emessa non sono ancora stati chiariti del tutto. 

Trentacinque anni fa, il 26 aprile del 1986, l’esplosione e l’incendio del quarto reattore della centrale nucleare, allora sovietica, di Chernobyl.

Il rapporto del Chernobyl Forum redatto da agenzie dell’ONU (OMS, UNSCEAR, IAEA e altre) conta 65 morti accertati e più di 4000 casi di tumore della tiroide fra quelli che avevano fra 0 e 18 anni al tempo del disastro, larga parte dei quali probabilmente attribuibili alle radiazioni.

“Secondo i dati forniti alle Autorità, nel complesso le morti accertate furono 65, ma è chiaramente solo la punta dell’iceberg – si legge nel libro “Chernobyl – Italia, il racconto di una storia non ancora finita” di Stefania Divertito, giornalista – la gran parte delle vittime è caduta per tumori e leucemie nei mesi e negli anni a seguire. Nomi e cognomi che non fanno casistica, storie individuali da inserire però nella più grande Storia del disastro nucleare”. 

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L’esplosione del reattore numero 4 dell’omonima centrale sovietica disperse nubi di polveri radioattive in un’area di decine di chilometri, provocando decine di morti accertate e migliaia (se non milioni) di decessi collaterali dovuti a tumori e altri problemi di salute, mai completamente mappati ufficialmente. 

A più di tre decenni dalla tragedia, gli effetti a lungo termine sulla salute delle popolazioni raggiunte dalla nube radioattiva emessa dalla centrale non sono ancora stati chiariti del tutto. Due nuove ricerche, pubblicate su Science, aggiungono un tassello importante, che aiuterà a guidare le scelte di salute pubblica in caso di nuovi incidenti. Un’eventualità impossibile da scongiurare completamente, come ci ha ricordato appena 10 anni fa il disastro di Fukushima, unico altro incidente nucleare a meritare la classificazione al livello più alto (il settimo) dell’International Nuclear and radiological Event Scale (Ines).

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Nuove rivelazioni su un “dramma annunciato” contenute anche in documenti ‘top secret’, declassificati e pubblicati dal National Security Archive americano. Tra questi un ammonimento del grande fisico e premio Nobel Andrej Sacharov indirizzata a Mikhail Gorbaciov il 4 novembre 1988, nella quale punta il dito contro la massiccia coltre di sistematica disinformazione che le autorità sovietiche continuavano a stendere sul peggiore disastro nucleare di tutti i tempi. 

“La sua onda lunga come abbiamo documentato, produce effetti devastanti sull’ambiente e sulla salute di milioni di persone ancora oggi, e non conosce frontiere. Lo abbiamo dimostrato anche con i progetti di solidarietà che dagli anni 90 ci hanno permesso di monitorare e curare oltre 25mila bambini bielorussi, ucraini e russi, vittime della radioattività ancora presente in quelle aree“, commenta Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente. 

Legambiente interviene sulle problematiche emerse durante le prime valutazioni sulla Cnapi, la Carta delle Aree Potenzialmente Idonee a ospitare il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico dei rifiuti radioattivi, rimasta secretata per sei anni in cui si sono avvicendati tre governi e pubblicata infine a gennaio 2021. Come proprio Legambiente ha spiegato nel recente report Rifiuti radioattivi ieri, oggi e domani, si tratta di un’opera necessaria per la soluzione del problema dei rifiuti radioattivi a media e bassa attività, oggi ammassati in depositi inidonei e pericolosi, oltre che smaltiti illegalmente, mentre quelli ad alta dovranno essere ospitati all’estero nel deposito internazionale previsto dalla direttiva europea.

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Il governo ucraino oggi ha intanto avviato le pratiche per la richiesta all’Unesco del riconoscimento del sito, da anni oramai diventato meta di turismo, come patrimonio dell’umanità.  Prima della pandemia e sull’onda del successo della serie “Chernobyl” prodotta da Hbo, nel 2019 i turisti che visitarono la centrale furono 120mila. Kiev vuole consolidare, ed estendere, questo interesse.  Nel caso in cui la richiesta venisse accolta: la Zona di esclusione, grande quanto il Lussemburgo, potrebbe diventare una riserva naturale nella quale potrebbero essere introdotti esemplari di bisonte europeo.

“Sono davvero un simbolo della riserva” ha dichiarato Denys Vyshnevsky, capo del dipartimento scientifico della riserva naturale di Chernobyl creata cinque anni fa, a proposito della colonia di 2.700 cavalli che vivono nella zona. Dopo il disastro, l’area è diventata anche rifugio per alci, lupi e una razza tarchiata di cavalli selvaggi originari dell’Asia, in via di estinzione: il cavallo di Przewalski, minacciato dai cacciatori a metà del secolo scorso è stato introdotto a Chernobyl nel 1998 in sostituzione della razza locale Tarpan. La tutela del territorio intorno alla centrale di Chernobyl potrebbe paradossalmente “offrire un’opportunità unica per preservare la biodiversità. Dopo questo successo, sempre a Chernobyl potrebbero essere introdotti esemplari di bisonte europeo, che già vaga oltre il confine in Bielorussia” ha aggiunto Vyshnevsky, riferendo di trattative in corso con il World Wildlife Fund.

 

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