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Chernobyl – Italia, il racconto di una storia non ancora finita

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“Chernobyl sono gli uomini e le donne che ormai hanno ottant’anni e decidono di ritornare nella casa che avevano abbandonato. Sfidano la morte perché tanto nella loro vita hanno visto tutto. Si nascondono ai controlli e aprono le finestre al mattino come se fosse un qualsiasi risveglio in qualsiasi altra parte del mondo. Sono gli animali che ripopolano, numerosi, i suoi boschi. Perché dove l’uomo è assente, indipendentemente dal motivo della sua assenza, la Natura prende il sopravvento. Chernobyl è l’uomo che ha osato, ha sfidato e ha perso. Ma non è ancora finita”.

No, non è ancora finita – come scrive Stefania Divertito nel suo Libro ‘Chernobyl Italia. Segreti, errori ed eroi: una storia non ancora finita’ – perché ancora oggi, a 34 anni da quel disastro, le radiazioni continuano ancora a danneggiare la salute di migliaia di cittadini in Bielorussia, Ucraina e Russia.

Perché ancora oggi, a più di 30 anni di distanza da quel 26 aprile del 1986, un incendio nel villaggio di Vladimirovka in Ucraina (un’area disabitata vicino all’ex centrale nucleare di Chernobyl), che ha richiesto circa 48 ore per essere domato, ha innalzato di 16 volte (rispetto alla norma) il livello di radioattività della zona.

Perché Chernobyl, così come Fukushima nel marzo 2011, fu un incidente nucleare classificato come ‘catastrofico’.

Ma l’esplosione nella centrale nucleare V.I. Lenin, spaventò il mondo intero: fu immessa nell’aria una quantità di radioattività equivalente a circa 500 ordigni come quello sganciato su Hiroshima.

Stefania Divertito, napoletana, classe 1975. Da oltre vent’anni giornalista in campo ambientale, è stata responsabile delle pagine di cronaca nazionale a Metro e con la sua inchiesta sull’uranio impoverito ha vinto il premio ‘Cronista dell’anno’ nel 2004, premiata dal Presidente della Repubblica Ciampi.

Ha vinto il premio Pasolini per le sue inchieste sull’amianto ed è autrice di numerosi libri tra i quali Uranio, il nemico invisibile (Infinito, 2005), Amianto, storia di un serial killer (Edizioni Ambiente, 2009), Toghe Verdi (Edizioni Ambiente, 2011) e dell’ecothriller Una spiaggia troppo bianca (NN editore, 2015).

Con il regista Luca Signorelli ha anche prodotto e realizzato il docufilm ‘Asbeschool’ sull’amianto nelle scuole (2017).

Attualmente è capo ufficio stampa e portavoce del Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa.

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Quello che Stefania Divertito ci propone è un viaggio nella storia, per conoscere, capire e soprattutto non dimenticare.

Un viaggio sconvolgente ed emozionante tra i tanti volti e nomi che in qualche modo sono diventati i protagonisti di una delle pagine più brutte della storia dell’umanità.

Dalle vittime agli oltre 500.000 bambini che le famiglie italiane ospitarono nelle loro case per alcune settimane. Un ambiente non contaminato, dove il loro organismo, normalmente esposto alle radiazioni, potesse disintossicarsi.

Attraverso i dati istituzionali e le parole di chi fu costretto a lasciare la propria terra, Stefania Divertito ci propone una ricostruzione che alterna le testimonianze di vita vissuta ai segreti, rinvii e le verità distorte del mondo della politica.

“Secondo i dati forniti alle Autorità, nel complesso le morti accertate furono 65, ma è chiaramente solo la punta dell’iceberg – si legge nel libro – la gran parte delle vittime è caduta per tumori e leucemie nei mesi e negli anni a seguire. Nomi e cognomi che non fanno casistica, storie individuali da inserire però nella più grande Storia del disastro nucleare”.

Il rapporto del Chernobyl Forum redatto da agenzie dell’ONU (OMS, UNSCEAR, IAEA e altre) conta 65 morti accertati e più di 4 000 casi di tumore della tiroide fra quelli che avevano fra 0 e 18 anni al tempo del disastro, larga parte dei quali probabilmente attribuibili alle radiazioni.

Ma i dati ufficiali sono stati più volte contestati da associazioni antinucleariste internazionali, come:

  • Greenpeace, che ha presentato una stima di circa 6.000.000 di decessi su scala mondiale nel corso di 70 anni, contando tutti i tipi di tumori riconducibili al disastro secondo il modello specifico adottato nell’analisi.
  • ed i Verdi europei che, pur concordando con il rapporto ufficiale ONU per il numero dei morti accertati, commissionò uno studio che contò circa 30.000 morti.

Ancora oggi non conosciamo il numero esatto delle persone morte a causa delle radiazioni.

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Un numero che potrebbe continuare a salire, perché Chernobyl ha ancora oggi bisogno di costante manutenzione.

Solo pochi giorni dopo l’esplosione, 4.000 operai iniziarono a scavare sotto il reattore e costruirono una base di cemento armato con un sistema di raffreddamento per abbassare non solo la temperatura del materiale fuso ma anche evitare che il reattore penetrasse nel terreno contaminando la falda acquifera.

“Se non fossero riusciti nell’impresa, la falda e quindi l’acqua di quella parte dell’Unione Sovietica, i terreni e anche il mare, sarebbero stati contaminati per sempre. Eppure il rischio non è del tutto scongiurato: sopra quel muro c’è una radioattività talmente forte che nel giro di alcuni decenni potrebbe comunque oltrepassare la costruzione”.

Nei mesi successivi si cercò in tutti i modi di limitare il più possibile i danni e fu costruito a tempo di record ed in condizione estreme (molti operai hanno pagato con la loro vita) il ‘sarcofago’, la lastra di cemento che ha ricoperto l’edificio che ospita il reattore esploso.

Ancora oggi, il livello di radiazioni è così alto che non si può lavorare neanche nelle immediate vicinanze dell’edificio: i livelli di radiazione sono stimati come 10.000 Röntgen all’ora (la radiazione di fondo normale in città è di solito intorno a 20-50 microröntgens all’ora, e una dose letale è di 500 röntgens).

Un uomo, all’interno dell’edificio, morirebbe in pochi minuti ed anche i robot che lavorano all’interno del vecchio sarcofago non restano esposti per lungo periodo: l’elettronica non resiste alle radiazioni.

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Il sarcofago infatti racchiude 200 tonnellate di corium radioattivo, 30 tonnellate di polvere altamente contaminata e 16 tonnellate di uranio e plutonio.

Questa enorme lastra di cemento, nonostante abbia contenuto le radiazioni, ha sin da subito iniziato a deteriorarsi, tanto che lo sfaldamento del cemento di cui è composto ha reso urgente e necessario un nuovo progetto di contenimento.

Il New Safe Confinement, il nuovo sarcofago è alto 110 metri, lungo 164 e largo 257 metri.

Tra l’arco superiore, che ha una campata di 270 metri, e quello inferiore di 240 metri, intercorre nel punto più alto uno spazio di 12 metri.

Saranno realizzate 12 doppie volte lunghe 13,5 metri che, assemblate, formeranno un corpo unico lungo oltre 150 metri.

Questi archi sono costruiti con elementi tubolari in acciaio rivestiti esternamente con tre strati di pannelli applicati sulle pareti finali della struttura.

Ogni arco, al suo interno, sarà ricoperto da pannelli in lexan, una resina termoplastica di policarbonato refrattaria ai corpuscoli per prevenire l’accumularsi di particelle radioattive.

Tra ottant’anni però, nel 2100, saremo di nuovo da capo.

Segno, questo, che ci dimostra ancora una volta che con il nucleare non saremo mai al sicuro.

 

 

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