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Sostenibilità, quando anche l’abito da sposa diventa “ecofriendly”

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Sostenibilità. L’abito da sposa ecofriendly è il nuovo protagonista del settore “bridal fashion” che, secondo stime di Global Industry Analysts, nel 2020 raggiungerà un valore globale di 80 miliardi di dollari.

Sono diversi infatti i grandi marchi che stanno mostrando interesse per questo tipo di creazioni, scelte per lo più dalla generazione “Millennial” (più sensibili ai temi della sostenibilità rispetto alle precedenti).

Una grande stilista impegnata in questo senso, è Stella McCartney, che ha lanciato la sua prima capsule collection da sposa, realizzata con viscosa sostenibile e fatta mano in laboratori di Marche, Abruzzo e Puglia.

Sul fronte del fast fashion, H&M ha usato il filato Econyl di nylon rigenerato, prodotto dall’italiana Aquafil, per il primo abito da sposa della collezione Conscious; e se nella campagna 2020 di Atelier Emè, marchio del gruppo Calzedonia, le spose sono ritratte nel cuore della foresta pluviale di Bali, la prossima edizione di Sì Sposaitalia Collezioni (a Milano dal 17 al 20 aprile 2020) dedicherà per la prima volta un evento speciale alle creazioni sostenibili.

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Pizzo vintage e fair trade Nella moda sposa “green”, però, c’è anche qualcosa di “vecchio”, di riciclato o di ri-usato: nell’atelier Larimeloom a Reggio Emilia, per esempio, i pizzi vengono raccolti in mercatini dell’usato (e si sperimentano tinture con bucce di cipolla e cavoli rossi).

E c’è anche chi progetta abiti secondo il “circular design”, dunque pensando già al loro riutilizzo dopo la cerimonia, come a Chicago fa Celia Grace, che propone anche abiti in fibra di bambù, lavorati da cooperative di artigiani cambogiani con cui collabora.

L’indicazione di usare qualcosa di “nuovo” è rispettata attraverso l’uso di innovativi tessuti sostenibili, come la seta “cruelty free” e la fibra di ortica, che ricorda l’organza di seta, cucite nell’atelier di La Sposa Dipinta a Voghera.

E innovativo è anche il coinvolgimento di comunità di artigiani in zone disagiate del pianeta: Anita Dongre, una delle stiliste più celebri dell’India (e a capo di un’azienda da oltre 93 milioni di euro), dal 2015 apre scuole di cucito nelle aree rurali del Paese, dove le donne realizzano abiti da sposa e per la prima volta si assicurano uno stipendio.

Un abito da condividere Scegliere un abito da sposa sostenibile non riguarda solo la scelta dei materiali o della lavorazione, ma anche usare le opportunità della sharing economy.

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Tra queste c’è il noleggio, un’abitudine che sta prendendo piede in modo importante: secondo Allied Market Research, nel 2023 il mercato del fashion renting online toccherà gli 1,9 miliardi di dollari a livello mondiale.

La cerimonia, infatti, è uno dei motori che spinge ad affittare un abito speciale sì, ma che, a conti fatti, verrà indossato solo per un giorno.

La start up milanese DressYouCan, fondata da Caterina Maestro, ha appena lanciato il servizio “Yes I do”che offre un’ assistenza a 360°nell’organizzazione del matrimonio, a partire proprio dal noleggio dell’abito della sposa.

Affittare l’abito bianco (o rosa, o avorio: la scelta è ampia) costa da un minimo di 84 euro a un massimo di 394 euro – per vestiti che hanno un prezzo di listino fino a 2.500 euro – con modifiche, prova (anche in atelier, a Milano) e tintoria incluse.

Quello degli abiti da sposa è un business importante anche per la start up Drexcode, fondata, sempre a Milano, nel 2015 da Federica Storace e Valeria Cambrea: la selezione di pezzi, disponibili sia sul sito sia nello spazio-showroom alla Rinascente Duomo, include anche abiti da 10mila euro (prezzo in negozio) che le future spose possono però noleggiare per quattro giorni spendendo una cifra sette volte inferiore (circa 1.500 euro).

L’alternativa all’affitto può essere il second hand, un altro segmento di mercato in pieno boom. Che sta coinvolgendo sempre di più le spose (e, soprattutto, testimoni e damigelle).

Lo confermano da Vestiaire Collective, piattaforma francese di rivendita di capi e accessori griffati: il sito non ha una sezione dedicata alla sposa, ma ogni anno, in primavera, avvia campagne dedicate: “Il 10% della selezione viene venduto nei primi tre giorni, ma entro la fine dell’estate si raggiunge una quota del 70 per cento. Gli articoli più venduti non sono gli abiti da sposa, ma gli accessori, i gioielli e le clutches, e i look per le damigelle”, fanno sapere dall’azienda.

I siti second hand dedicati all’abito da sposa si stanno diffondendo: da Oncewed.com, ormai un’istituzione negli Usa, a Marryadress.com, market place tutto italiano.

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