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Viterbo nucleare, la provincia ospita il maggior numero di siti idonei. Sei sono “molto adatti”

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Sono 22 le aree della Tuscia ritenute idonee a ospitare il Deposito Nazionale di rifiuti nucleari, sei di queste sono state ritenute dalla Sogin “molto adatte”. Il 9 novembre un nuovo incontro in provincia.  

È iniziato il conto alla rovescia per la scelta del sito che ospiterà il Deposito Nazionale delle scorie nucleari italiane. Il 9 novembre si terrà a Viterbo un’audizione presso la sede della Provincia con la Sogin, la società dello Stato incaricata del «decommissioning» degli impianti nucleari e dello stoccaggio delle scorie radioattive.

Al centro del dibattito i 22 siti della Tuscia indicati dalla Sogin come adatti a ospitare il Deposito Nazionale. Di questi, sei sono stati indicati come “molto adatti”. Quattro si troverebbero nel comune di Montalto, uno a Tarquinia e uno a Corchiano.

Già nei giorni scorsi si era tenuta una riunione organizzata dai comitati che si oppongono a questa possibilità a cui avevano partecipato, tra gli altri, il presidente della Tuscia, Pietro Nocchi, il consigliere regionale Enrico Panunzi, il sindaco di Viterbo Giovanni Arena e quello di Montalto di Castro, Sergio Caci.

“Si è sottolineato il rischio per la salute e l’inquinamento — spiega il sindaco di Montalto di Castro, Sergio Caci — ragionando anche nel dettaglio di quanto possano essere pericolosi i trasporti di questo materiale sulle strade”.

Angelo Di Giorgio di Montalto Futura ha poi sottolineato che tra i motivi dell’opposizione della cittadinanza e di alcuni comitati ci sarebbero “l’incoerenza fra quadro normativo e progettualità della Sogin, errori metodologici nella elaborazione della Cnapi (Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee), assenza di valutazione dei rischi per la salute e dei danni di natura economica. Inoltre l’incidenza e la tipologia di tumori nella provincia di Viterbo rendono incompatibile il territorio con il rischio di dispersione ambientale”.

Nucleare, il problema delle scorie di cui nessuno parla mai

Cos’è il decommissioning delle centrali nucleari e perché interessa Viterbo?

Seppure oggi gli occhi siano puntati su Viterbo e sulla sua provincia per la questione dello smaltimento di rifiuti tossici, nella breve storia nucleare del nostro Paese la Tuscia non ha mai ospitato alcun impianto nucleare.

Ma è nel Lazio che la storia del nucleare italiano è cominciata. La prima centrale elettronucleare del Paese venne realizzata a Latina. I lavori terminarono a maggio del 1963. Otto mesi dopo fu approntata quella di Sessa Aurunca, sul fiume Garigliano, al confine tra la provincia di Latina e quella di Caserta.

E allora cosa c’entra Viterbo?

Nei 27 anni (dal 1963 al 1990) in cui le cinque centrali nucleari italiane furono attive, furono creati quintali di scorie che fino ad oggi sono state tenute all’interno dei siti in cui esse venivano prodotte, cioè le centrali stesse.

Con i lavori di smantellamento degli impianti è diventata urgente la necessità di individuare un deposito permanente che, in piena sicurezza, possa contenere per centinaia e centinaia di anni ciò che resta dell’avventura atomica del Paese.

La mappa presentata a inizio anno da Sogin non indica ancora il luogo preciso in cui andrà costruito il deposito ma dà un’indicazione di massima. E dunque, 22 dei 67 luoghi ritenuti idonei alla creazione del Deposito Nazionale si trovano in Tuscia.

Un numero che fa della Regione Lazio quella con più aree individuate idonee in tutto il Paese. Seguono la macroarea formata da Puglia e Basilicata (con 17 siti individuati), la Sardegna (14), Piemonte (8), Sicilia (4) e Toscana (2).

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Le scorie nucleari resteranno nel deposito per almeno 300 anni.

La presenza di 22 aree idonee nel territorio della Tuscia non significa che necessariamente la scelta finale sul luogo in cui costruire il Deposito Nazionale di scorie radioattive cadrà su Viterbo e provincia.

La strada per la decisione finale è ancora lunga: il deposito dovrebbe essere costruito entro il 2030 ma le proteste di Viterbo (e di altre zone in cui è alta la concentrazione di aree indicate idonee) potrebbe far slittare l’apertura.

Il cantiere – fa sapere Sogin – costerà 900 milioni di euro e l’impianto sarà super sicuro. Esso sarà composto di 90 costruzioni di calcestruzzo armato che conterranno moduli di cemento all’interno dei quali saranno inseriti contenitori di metallo.

Saranno questi ultimi a contenere effettivamente i rifiuti tossici in una sorta di matriosca della sicurezza nucleare che resterà sigillata per 300 anni.

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