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Inquinamento, nuovi sversamenti alla Caffaro. Procura apre due inchieste

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Inquinamento. Sono otto le persone iscritte nel Registro degli Indagati dalla procura di Brescia con l’accusa di
inquinamento ambientale alla Caffaro e gestione non autorizzata dei rifiuti.

Tra gli indagati anche Roberto Moreni, commissario straordinario del sito di interesse nazionale. In particolare Moreni, indicato dal governo, è indagato per la fuoriuscita di mercurio da un capannone posto sotto sequestro nelle scorse settimane.

Gli altri indagati sono Marco Cappelletto, commissario liquidatore di Caffaro Chimica, Fabrizio Pea e Alfiero Marinelli, delegato per l’ambiente e la sicurezza dell’azienda.

Per la vicenda invece del cromo VI fuoriuscito da tre vasche sono accusati di inquinamento Donato Todisco, proprietario del gruppo Chimica Fedeli, l’Ad Alessandro Quadrelli, il direttore generale Alessandro Francesconi e il direttore dello stabilimento di via Milano Vitantonio Balacco.

“Le notizie che arrivano dalla procura di Brescia sono allarmanti. Sono fiducioso nell’azione della magistratura e, se le accuse dovessero essere confermate, non ci saranno sconti per chi ha avvelenato il territorio minando il futuro di migliaia di persone. Brescia è una ferita aperta per tutta l’Italia e la bonifica non può più aspettare” – dichiara, in una nota, il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa.

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Il ministro dell’Ambiente ha poi sottolineato che “il ministero e l’amministrazione locale si stanno vedendo e stanno interloquendo in questo periodo: è necessario determinare la gestione e il futuro dell’area da bonificare. I fondi – conclude – sono pronti: si faccia presto. Brescia non può più aspettare”.

Il progetto di bonifica a cui si riferisce il Ministro Costa è quello del sito industriale di Via Milano che con le sue attività ha provocato una contaminazione da pcb, pcdd-pcdf, arsenico e mercurio.

L’azienda chimica Caffaro, dal 1984 (dopo 50 anni) ha smesso di produrre bifenilipoliclorurati, noticome Pcb e dal 1995 ha cessato anche l’attività dell’impianto cloro soda che utilizzava mercurio.

Un doppio stop arrivato quando era già troppo tardi.

La falda acquifera e i terreni che circondano l’area di 116 mila ettari, 35 anni fa erano già pesantemente inquinati.

Una situazione del tutto immutata.

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Pochi giorni fa il ministero dell’Ambiente ha annunciato che il Sito di interesse nazionale Brescia-Caffaro deve essere ampliato, inglobando al suo interno tutti i terreni avvelenati.

Un giro di vite che fa seguito al nuovo, duplice, caso di inquinamento emerso dall’azienda simbolo dei veleni bresciani.

“Lavoro qui da 25 anni e non ho mai avuto problemi” – dice uno dei responsabili sindacali della Caffaro Brescia srl, società della Chimica Fedeli.

Rilevazioni Arpa hanno accertato però che da alcune vasche continua a fuoriuscire cromo esavalente mentre in un’altra zona i valori del mercurio sono fuori norma.

La Provincia di Brescia ha deciso di sospendere l’autorizzazione integrale ambientale rilasciata a Caffaro Brescia srl il 16 febbraio 2012 e la Procura ha aperto due inchieste.

Da ieri non più contro ignoti.

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Nel frattempo la Corte d’Appello di Milano, sulla base del principio europeo “chi inquina paga”, ha fissato per la prima volta le responsabilità della multinazionale americana Liva Nova, società creata nel 2004 dallo scorporo dalla Snia-Caffaro, condannata a risarcire lo Stato: “Snia (fallita nel 2009) è sempre stata consapevole delle proprie responsabilità ambientali” – hanno scritto i giudici milanesi che, ribaltando la decisione di primo grado, hanno fatto riferimento ai bilanci dell’azienda che nel 2002 e nel 2003, sette e sei anni prima del fallimento, aveva messo nero su bianco, senza però mai realmente investirli, 60 milioni di euro per le bonifiche.

Che l’azienda Caffaro continua ad inquinare, lo dimostra proprio questa sentenza che non riconosce la prescrizione del reato, perché ancora in atto.

Contrariamente a quanto stabilito dalla Procura di Brescia che nel 2010 aveva archiviato l’indagine per disastro colposo, adulterazione ed avvelenamento delle acque, lesioni e omicidio colposo in riferimento ai tumori nella popolazione.

Tutti i reati vennero dichiarati prescritti con il decreto di archiviazione del gip di Brescia del 9 giugno 2010, nonostante una sentenza del Tar avesse affermato la responsabilità di Caffaro spa per l’inquinamento delle acque di prima falsa, dei suoli, delle rogge e dei parchi pubblici.

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