Hanno tra i 14 e i 24 anni e sanno come unire l’utile al dilettevole.

Li hanno ribattezzati i ‘Crociati del corallo‘ e sono un gruppo di giovani e giovanissimi che vivono in Costa Rica e che hanno trasformato la tecnica delle immersioni subacquee in una vera e propria missione. Fanno parte di un’associazione chiamata ‘Ambasciatori del mare‘ e non si tratta di una semplice scuola per sub. A Puerto Viejo, nel Sud del Paese, ragazzi tra i 14 e i 24 anni si immergono per monitorare lo stato delle acque, pulire i fondali e controllare la barriera corallina.

Non c’è solo la possibilità di difendere la natura, ma anche l’occasione di un riscatto sociale. “Non è semplice essere ragazzi qui. Le opportunità sono poche, molti dei miei vecchi compagni di classe ora sono criminali, coinvolti nel traffico di droga. Purtroppo per molti è una scelta obbligata” – racconta Esteban, 24enne fondatore dell’associazione – “Il centro, invece, permette ai ragazzi di uscire da contesti degradati ed entrare nell’ambito della tutela del mare“. L’idea di fondare l’associazione era venuta a Maria Suarez Toro, giornalista portoricana e pescatrice arrivata in Costa Rica 50 anni fa, che spiega: “Le immersione subacquee sono sempre state un’attività costosa e riservata ai turisti. Ora non più“.

Per fondare l’associazione c’è stato il decisivo supporto dell’Onu e il centro ha potuto così offrire 200 corsi gratuiti per i ragazzi del posto: non solo immersioni subacquee, ma anche archeologia sottomarina, monitoraggio e protezione dei coralli, pulizia dei fondali. Gli unici requisiti per i ragazzi interessati erano: una buona pagella scolastica, imparare a cucinare un piatto tradizionale caraibico, pulire le spiagge e partecipare in modo attivo e assiduo alle attività del centro.

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L’importanza dell’associazione, spiega il Guardian, è aumentata notevolmente con la pandemia: le scuole erano chiuse, la Dad non era accessibile a tutti, e partecipare alle attività del centro rappresentava una possibilità di aggregazione unica. Ana Maria, 18enne socia, ha spiegato: “Durante il lockdown abbiamo visto una quantità impressionante di coralli e animali, erano tornati perfino i cavallucci marini. E abbiamo imparato così che sono l’attività umana e l’inquinamento a minacciare la salute del mare, smentendo così chi diceva che ormai era troppo tardi per rimediare al problema. Un ragionamento del genere fa solo gli interessi delle compagnie petrolifere o di costruzione di nuovi porti“.

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L’associazione si avvale anche della consulenza di esperti come il biologo marino Isaac Baldizon: “La pandemia ci ha insegnato che il corallo non è poi così fragile, ha solo bisogno di acque migliori“. C’è poi anche l’occasione di scoprire le proprie origini, come accade con lo studio dei relitti intrappolati nei fondali. “Siamo tutti in qualche modo discendenti degli schiavi africani, prenderci cura del mare è anche un modo di dare voce alle nostre radici“. Oltre a tante lezioni di vita, da questi giovani e giovanissimi difensori del mare arrivano anche dei curiosi e utili suggerimenti. Come ad esempio, il metodo più naturale per evitare l’appannamento delle maschere: “Usiamo delle foglie di mandorlo per sfregarle, prima di immergerci. È un’ottima alternativa ai prodotti chimici“.

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