Collaborare con le popolazioni indigene per proteggere gli 8,4 milioni chilometri quadrati (3,2 milioni di miglia quadrate) dell’Amazzonia. È l’appello che Gregorio Mirabal, capo del coordinamento delle organizzazioni indigene del Rio delle Amazzoni (Coica), rivolge ai Paesi che si riuniranno a Glasgow, in Scozia, per la Cop26, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Mirabal ha avvertito che la rovina della foresta pluviale potrebbe innescare una “apocalisse” globale.

“Non ci stiamo rendendo conto che gli esseri umani sono diventati il ​​peggior nemico della natura e della vita stessa – afferma il leader indigeno – quindi semplicemente non siamo i migliori, ma abbiamo dimostrato che possiamo aiutare il mondo e abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti“.

La vita su questo pianeta – avverte poi – non sarà possibile se l’Amazzonia scompare“.

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Secondo Mirabal, che appartiene al popolo Wakuenai Kurripaco, il 17% della foresta è già stato spazzato via dallo sfruttamento petrolifero e minerario, oltre che dall’inquinamento e dalla deforestazione, a favore dell’agricoltura e dell’allevamento.

Per Mirabal, “se la deforestazione amazzonica raggiungerà il 20%, sarà molto difficile tornare indietro. La desertificazione, la mancanza d’acqua, gli incendi devasteranno l’Amazzonia. Siamo a una svolta”.

Per il coordinatore del Coica, c’è una forte e generale mancanza di volontà politica di proteggere la foresta pluviale da ulteriori sfruttamenti.

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Nel 2050 i nostri bambini potranno fare il bagno in questo fiume, potranno vedere cosa c’è qui, potranno vedere gli alberi, la biodiversità, potranno vedere quegli Ara che volano lentamente, e noi potrà bere la nostra chicha come avete visto – aggiunge – questo è lo scenario che offriamo al mondo se ci aiutate a proteggere l’80% dell’Amazzonia“.

Mirabal, 54 anni, rappresenta 3,5 milioni di indigeni che vivono in Amazzonia in nove paesi e territori: Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana francese.

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