Microplastiche prima nella placenta ora nel sangue umano. Intervista al prof. Antonio Ragusa

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Come sono finite le microplastiche nella placenta, nel sangue umano e nei polmoni e quali rischi corriamo per la nostra salute

 

“La plastica sta riempiendo il nostro mare esterno ma anche il “mare interno”, perché il liquido amniotico e la placenta sono il “mare interno” dentro il quale noi esseri viventi ci sviluppiamo e cresciamo”.

Antonio Ragusa – primario ospedale Fatebenefratelli di Roma e autore studio sulle microplastiche.

Enormi quantità di rifiuti di plastica vengono scaricate nell’ambiente. Tra questi anche minuscoli frammenti di plastica, le cosiddette microplastiche, arrivate dalla vetta dell’Everest agli oceani più profondi. Nessun luogo sembra essere più sicuro.

Ma le microplastiche finiscano anche negli alimenti che consumiamo e sono state rilevate per la prima volta anche nel sangue umano, come affermo un recente studio condotto da un team di scienziati internazionali. Le microscopiche particelle di plastica sono state ritrovate nell’80% delle persone testate

Inquinamento, per la prima volta trovate microplastiche nel sangue umano

La scoperta mostra che le particelle possono viaggiare all’interno del corpo e possono depositarsi negli organi. Uno studio che ha lanciato un ulteriore allarme sull’impatto sulla salute, anche se ancora sconosciuto, ma che si fonda sulla base che le microplastiche causano danni alle cellule umane in laboratorio e che le particelle di inquinamento atmosferico sono già note per causare milioni di morti precoci all’anno.

Precedentemente, un altro studio tutto italiano, ha dimostrato la presenza di microplastiche nella placenta umana. Pubblicato sulla rivista internazionale ‘Environment International’, lo studio Made in Italy è risultato essere il più scaricato dal sito della rivista: è stato citato ben 25 volte, ha registrato 111 menzioni e più di 10.000 interazioni con i media, tra articoli scritti, tv, radio e interviste.

Microplastiche nella placenta, successo internazionale per lo studio tutto italiano

Lo studio, che ha destato un enorme interesse internazionale, è stato guidato da Antonio Ragusa, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale Fatebenefratelli, Isola Tiberina di Roma.

“La curiosità mi venne guardando il mare. Stavo a Piscinas un paio di anni fa e ad un certo punto, in questa spiaggia illuminata della Sardegna, vidi delle cose luccicanti, non capivo bene cosa fossero. – racconta il prof. Antonio Ragusa a TeleAmbienteMia moglie mi disse che era plastica. Io mi chiesi: ma plastica che arriva fino a qui? Ma da dove arriva?. Chi conosce Piscinas sa che è un luogo ameno, lontano da tutto. Mia moglie mi disse che arrivava dal mare, il mare è pieno di plastica. Da lì cominciai a comprendere che avevo sempre guardato con superficialità a questo tipo di problema, quindi mi posi questa domanda: ma se la plastica riesce ad arrivare fino a qui, in questo luogo così sconosciuto, non è che riesce ad arrivare fino alla pancia delle mamme, nelle placente?“.

Collaborando con l’Università Politecnica delle Marche, iniziarono i prelievi da alcune placente donate generosamente da alcune donne che avevano partorito da noi all’Isola Tiberina. Attraverso una tecnica molto particolare – la microscopia elettronica raman – scoprimmo che in alcune di queste placente c’era la plastica.  – ci spiega il prof. Ragusa – Ora stiamo ancora lavorando, insieme all’istituto di microscopia elettronica della Sapienza di Roma, per cercare di capire dove, all’interno delle placente – delle cellule placentali – è la plastica e avremo delle novità straordinarie che a breve pubblicheremo“.

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Stiamo cercando la plastica in altri ambiti, ad esempio nel latte materno. La plastica è pervicace, si trova quasi ovunque la si cerchi. Ma è molto inquietante il fatto di pensare che non solo la plastica sta riempiendo il nostro mare esterno ma anche il “mare interno”, perché il liquido amniotico e la placenta sono il “mare interno” dentro il quale noi esseri viventi ci sviluppiamo e cresciamo”, aggiunge il professore.

Alcune ricerche, come quella del Salvagente sulla presenza di microplastiche nei soft drink, ci ricordano che la plastica noi la mangiamo e la beviamo.

“Coca Cola, Pepsi Cola e Nestlè sono i maggiori produttori al mondo di plastiche. Sono multinazionali che hanno enorme potere economico quindi è molto difficile fare pressioni perché gestiscono miliardi di euro in tutto il mondo. Sono poi portatori di quella che io chiamo la plastica stupida perché esiste anche la plastica intelligente. – afferma il professore –  Noi la usiamo per le protesi, per molte cose straordinarie, per costruire edifici. Ma queste multinazionali la usano in maniera stupida, cioè per fare bottigliette o confezioni di plastica che noi utilizziamo per pochi minuti e poi gettiamo nell’ambiente. Questo è un modo stupido di utilizzare una risorsa. La plastica è una risorsa straordinaria, non è una cosa cattiva, siamo noi umani che la usiamo nel peggiore dei modi possibili e le multinazionali sono quelle che la usano nel modo peggiore di tutti”. E conclude: “E su questo che bisogna agire”.

 

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