Animali

Visoni, in Italia violate le norme sanitarie in due allevamenti: la denuncia della LAV

Condividi

Mentre in Danimarca il governo ha deciso di sterminare milioni di visoni, arriva la denuncia della LAV su due allevamenti in Italia: “Chiudere definitivamente queste strutture, grave sofferenza agli animali e serbatoi del coronavirus”. Il video e le immagini choch.

Violazioni delle norme di biosicurezza volte a contrastare l’emergenza coronavirus SARS-CoV-2 nel settore dell’allevamento di visoni in Italia. Le documentano le immagini diffuse in anteprima dal Corriere VIDEO e girate dalla LAV, provenienti anche dall’allevamento di Cremona di proprietà del Presidente dell’Associazione Allevatori di Visoni e nel quale lo scorso agosto sono stati documentati i primi casi in Italia di visoni positivi al coronavirus.

Un fatto che preoccupa alla luce di quello che sta accadendo in Danimarca dopo che una mutazione del SARS-CoV-2 è passata dai visoni di allevamento alle persone. Il governo ha infatti annunciato l’abbattimento di tutti gli allevamenti presenti nel paese (si stima tra i 15 e i 17 milioni di visoni) e di imporre nuove restrizioni nel nord del paese.

In Danimarca, lo State Serum Institute, che si occupa di malattie infettive, ha trovato da giugno 214 persone (su un campione di 5.102) infette da versioni del coronavirus sviluppate nei visoni.

Il nord dello Jutland è la regione dove si trova la maggior parte degli allevamenti di visoni della Danimarca, il più grande esportatore europeo di pellicce di visone e il secondo al mondo dopo la Cina. Già in altri paesi europei, come la Spagna e i Paesi Bassi, un gran numero di visoni era stato ucciso per limitare la diffusione del coronavirus. 

Olanda, proteste contro la decisione del governo di abbattere migliaia di visoni

I filmati girati dalla LAV mostrano da un lato le condizioni drammatiche dei visoni d’allevamento (animali ammassati in minuscole gabbie di rete metallica, altri con gravi ferite e animali morti lasciati nelle gabbie insieme a quelli vivi), dall’altro come, in questo caso, gli operatori violino le norme di biosicurezza finalizzate a evitare l’introduzione e poi una eventuale fuoriuscita del coronavirus in questi allevamenti.

La Lav sottolinea come le immagini diffuse siano state registrate anche in uno degli allevamenti dove lo scorso agosto ci sono stati i primi casi documentati in Italia di visoni positivi al coronavirus, l’allevamento di Capralba (Cremona).

Coronavirus, positivi i visoni di due allevamenti di pellicce. PETA e HSI: “Chiudiamoli immediatamente”

Le evidenze scientifiche ad oggi disponibili confermano che l’uomo è la fonte primaria di introduzione del virus in questi allevamenti e che, trovando condizioni particolarmente favorevoli, il virus ha potuto replicarsi in modo efficiente tra animali spesso asintomatici, ha mutato il proprio genoma e ha compiuto un ulteriore salto di specie infettando nuovamente le persone“, afferma la LAV. 

Attivisti contro l’industria delle pellicce: “La sofferenza non è elegante”

Il ministro della Salute Speranza ed i presidenti delle regioni dove si trovano gli allevamenti hanno la responsabilità, e il potere, di chiudere questi veri e propri serbatoi del coronavirus“, denuncia e sottolinea la LAV. 

In Italia gli allevamenti di visoni sono otto: 3 in Lombardia nelle province di Brescia e Cremona, 2 in Veneto nelle province di Padova e Venezia, 2 in Emilia-Romagna nelle province di Forlì-Cesena e Ravenna, 1 in Abruzzo, in provincia de L’Aquila. La popolazione dei visoni ammonta a oltre 60 mila animali fatti nascere ogni anno tra aprile e maggio per poi essere uccisi e ricavarne la pelliccia tra dicembre e gennaio.

Da anni le associazioni animaliste chiedono di chiudere gli allevamenti di visoni rimasti: la Lav ha lanciato online una petizione per fare pressione sul governo.

(Visited 113 times, 1 visits today)

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Teleambiente.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi di teleambiente.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Stefano Zago