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Varoufakis: “Recessione in arrivo, l’unica salvezza è il Green New Deal”

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L’ex Ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis, che ha tenuto il dicastero durante la più grande crisi economica del paese, ha rilasciato un intervista al Guardian, dove spiega come l’Europa non può compiere gli stessi errori della crisi del 2008.

Le stragi in America, il fallimento della Brexit, l’immigrazione, la crisi ambientale – la raffica giornaliera di cattive notizie rende facile da dimenticare che questi sono gli stessi sintomi che hanno anticipato la crisi economica del 2008.

Durante quei giorni gli attivisti in Europa e negli Stati Uniti spingevano per una cura olistica: un Green New Deal che fornisse gli investimenti necessari per i popoli e per il pianeta. Ma gli economisti dello estabilishment rifiutarono l’idea, preferendo una endovena di soldi facili sulla crisi. Adesso tutti i sintomi della recessione sono tornati – e i vecchi metodi non funzionano più, come gli antibiotici che non funzionano contro una malattia che si è adattata ad essi.

Ma adesso non è il momento dei “te lo avevo detto”. Mai come adesso ci sono stati così tanti capitali inattivi accumulati durante l’ultima decade – e mai come adesso i capitali in circolazione hanno fallito miseramente nella mancanza di investimenti su salute umana e ambientale.

Abbiamo bisogno oggi più che mai di un Green New Deal.

Durante il 2008 i commentatori economici facevano a gara nell’annunciare la morte del capitalismo finanziario. Alan Greenspan, ex capo della Riserva Federale americana, è stato trascinato davanti al Congresso per scusarsi per la sua eccessiva fede nei mercati finanziari autogestiti. Intanto i manifestanti occupavano le piazze delle città da Oakland a Madrid. E anche il CEO della Goldman Saschs ammise di aver “commesso degli sbagli”.

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Sembrava che un cambiamento radicale fosse dietro l’angolo.

Non è stato così. Ben lontane dal crollo, banche come la Goldman Saschs tornarono a registrare profitti, a rilasciare bonus ai manager, e a riprendere le pratiche rischiose che hanno causato la Grande Recessione.

Come è successo tutto ciò? Come hanno fatto i finanzieri a raccogliere tanta ricchezza dalle fauci della loro stessa bancarotta?

Come è possibile che la più grande crisi economica del secolo abbia avuto come risultato il mantenimento di uno status quo spezzato in due?

Grazie a una combinazione di carote, bastone e sotterfugi.

I primi due ingredienti sono ben noti. Naturalmente le banche hanno ottenuto le carote. Il governo americano e quegli europei si sono presi carico dei debiti delle banche, spostandolo sui conti pubblici.

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Il pubblico invece ha ricevuto il bastone. Invece di punire gli irresponsabili architetti del crollo, i governi hanno punito i pensionati, i poveri e tutti quelli che hanno alzato la voce contro i tagli regressivi che hanno imposto.

Meno conosciuti sono i trucchi attuati dai governi e dalle loro banche centrali per stabilizzare il sistema finanziario e allontanare la crescente richiesta di stimolo fiscale.

Tra i tanti trucchi, baratti, scambi di azioni, e alleggerimenti quantitativi, quest’ultimo metodo più impressionante e più velenoso.

Sulla superficie questi trucchi hanno funzionato. L’ influsso della banca centrale ha fermato la recessione, ridotto la disoccupazione, ha perfino rianimato il gigantesco deficit del commercio statunitense. La finanza si era ripresa il su regno, e le banche sono state dichiarate di nuovo sicure.

Sotto la superficie però, la crisi stava crescendo. I capitali ritornavano in mano ai grandi investitori, che si stavano semplicemente ricomprando il debito che loro stessi avevano creato.

Intanto gli investimenti pubblici crollavano: negli Stati Uniti sono scesi al 1,4% del PIL, mentre nella Eurozona l’investimento pubblico netto è rimasto quasi zero per quasi una decade, con gli investimenti sulle infrastrutture nelle zone del sud Europa( Italia compresa) che sono arrivate al 30% in meno rispetto al periodo pre crisi.

E intanto la crisi ambientale peggiorava, le temperature si alzavano e specie dopo specie si avviavano all’estinzione.

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Adesso ci stiamo rituffando verso una nuova recessione – ma i vecchi trucchi non funzionano più. I tassi sono stati tagliati, è stata immessa liquidità su liquidità, ma l’economia resta stagnante.

Se il 2008 ha visto lo sviluppo dell’ originale Green New Deal, il 2019 deve essere l’anno in cui viene finalmente attuato: un momento che i gli architetti delle vecchie strategie non sembrano più capaci di ritardare. “Ai tempi c’era una volontà unanime“, racconta Mario Draghi, presidente dimissionario della BCE, “che la politica fiscale fosse lo strumento principale per il superamento della crisi“.

Ma non ci possiamo far fregare di nuovo. Avendo vissuto la crisi precedente, non possiamo cedere di nuovo alle promesse di Draghi, soprattutto davanti alla possibile estinzione dell’umanità. Invece, dobbiamo mobilizzarci tutti per convincere il mondo che un Green New Deal sia l’unica risposta alla recessione imminente.

Dobbiamo pensare al momento attuale come a un incrocio : o attiviamo finalmente un Green New Deal, o precipitiamo verso l’eco-fascismo.

Ma le conseguenze dell’ultima recessione suggeriscono che – se non agiamo in tempo – potremmo semplicemente avere una versione leggermente riconfigurata dello status quo attuale : un po’ più green forse, ma sempre con la stessa distribuzione di potere e risorse.

Una cosa del genere sta accadendo adesso in Europa, dove la Commissione Europea adesso sta richiedendo ai governi locali un Patto Verde, senza però nessuno dei contenuti di innovazione di un vero Green New Deal.

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Con gli attivisti del clima che marciano uniti – e con la vecchia guardia sempre più ritratta nei loro antri – abbiamo finalmente un’opportunità per ottenere un vero cambiamento nel Sistema. Ma dobbiamo essere chiari con i nostri governi: o Green New Deal o niente.

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