Ambiente, il programma del Commissario Europeo Gentiloni: Green New Deal e sostenibilità

Il neo Commissario all’Economia Paolo Gentiloni racconta a una lunga intervista a La Stampa quale sarà il suo programma: ripartire, lotta alle disuguaglianze, ma soprattutto ambiente e sostenibilità.

Dopo i 14 turbolenti mesi di governo gialloverde da dove ricomincia l’Italia in Europa?

Ricomincia anzitutto dall’Italia, dal ruolo che normalmente deve avere uno dei tre grandi Paesi fondatori e delle tre grandi economie europee. È importante che questo nuovo inizio sia un messaggio ai cittadini italiani affinché si diffonda l’idea che l’Europa non è il nostro problema ma è il nostro unico futuro, se guardiamo al mondo dei prossimi decenni.

Ora in cima ai timori c’è il rischio di una nuova recessione. Quanto è realistico e come può essere scongiurato?

Non parlerei di recessione. In singoli Paesi possono esserci momenti di recessione, ma in generale siamo di fronte,dopo un periodo di crescita prolungata, ad una prospettiva di rallentamento, di una debolezza che si prolunga più del previsto. A tale riguardo dobbiamo tenere presente un dato: il periodo di crescita prolungata, dal 2013 al 2018 non ha ridotto le differenze tra paesi e ha addirittura accresciuto le differenze sociali interne. Per questo il messaggio fondamentale della nuova Commissione presieduta da Ursula Von der Leyen è riprendere la via della crescita rendendola più sostenibile sul piano sociale ed ambientale.

C’è chi afferma che la sfida alla disoccupazione passi oggi attraverso la riqualificazione ovvero le nuove tecnologie e l’innovazione. È questa la strada che seguirete?

Accanto all’European Green Deal, l’altro grande obiettivo della nuova Commissione sara la competitività europea su digitale ed innovazione. Ogni commissario porterà il proprio contributo a queste due priorità. Quello all’Economia, ad esempio, occupandosi di tasse e investimenti farà la sua parte. L’Europa non può essere una colonia di multinazionali di altre nazioni.E per essere competitivi servono grandi investimenti su educazione, formazione, ricerca ed atenei di eccellenza.

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Il secondo pilastro è, appunto, il «Green Deal», per sostenere lo sviluppo legato alla difesa dell’ambiente: su questo fronte è possibile immaginare degli incentivi fiscali per incoraggiare investimenti «verdi»?

È una delle sfide più rilevanti di questa Commissione. La bandiera della sostenibilità ambientale deve essere presente in tutti i nostri sforzi. Dunque, nel caso del commissario all’Economia dalle tasse agli investimenti fino al Patto di Stabilità e Crescita: serve un piano di investimenti per l’Europa sostenibile, bisogna incorporare nel semestre europeo gli obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Onu. È una sfida difficile ma deve essere un’ossessiva priorità.

Se le priorità della nuova Commissione Europea sono diseguaglianze ed ambiente, quale contributo concreto può venire dal nostro Paese?

Il nuovo governo ha un chiaro orientamento europeista. Una delle prime decisioni annunciate dal governo italiano è stata di entrare nel gruppo di testa di Paesi che lavorano per ridurre le emissioni di CO2. L’Italia darà il contributo che spetta ad un grande Paese dell’Unione. Il mio contribuito sarà nel cercare di far funzionare al meglio gli strumenti che servono all’ intera Unione: confronto sulle politiche di bilancio,
funzionamento del sistema monetario, investimenti, tasse e misure sociali. Lavorerò su questi temi col vicepresidente Dombrovskis, così come ha fatto il mio predecessore Moscovici.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha auspicato una revisione del Patto di Stabilità ma dai lavori dell’Ecofin di Helsinki è arrivata una prima doccia fredda. Resta una strada in salita?

Il Patto di Stabilità e Crescita ha, come dice il nome, due obiettivi che sono sfidanti per diversi Paesi membri ma per la Commissione sono
entrambi importanti: non possiamo rinunciare alla stabilità come non possiamo considerare la crescita un optional. È in corso una revisione delle regole del Patto: entro la fine dell’anno la Commissione farà una primo tagliando, aprendo una discussione che si svilupperà l’anno prossimo.

La valutazione che dovremo fare, in costante contatto con il Parlamento, è verso quale obiettivo orientare tale revisione: può infatti portare ad una interpretazione più chiara delle regole vigenti oppure a vere e proprie modifiche legislative. Ci sono come è noto posizioni diverse tra gli Stati membri. Di certo l’Italia farà sentire la voce autorevole del ministro Gualtieri in questa revisione. La mia voce sarà quella del Commissario all’Economia dell’Unione.

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Come sarà la Web tax, cosa dobbiamo aspettarci?

Il mio primo compito sarà di verificare la possibilità di una Web tax in ambito Ocse/G20, ovvero globale, che sarebbe la soluzione più efficace. La Commissione cercherà di raggiungere questa intesa entro il 2020 ma se non sarà possibile allora la missione sarà di proporre una Web tax europea. La distinzione è chiara: non abbiamo preclusioni su una tassazione dei giganti del web a livello globale ma non siamo disponibili, in sua assenza, a non decidere come Ue. Viste le dimensioni del mercato, una Web tax europea sarebbe di valore rilevante.

 

Negli ultimi 18 mesi Parigi e Berlino hanno spinto molto avanti le nuove riforme, puntando a rafforzare l’Eurozona. Andiamo verso un’Europa a due velocità?

Il dialogo fra Berlino e Parigi è un dato di fatto che sarebbe assurdo ignorare. Mi auguro che l’Italia possa svolgere un
suo ruolo. Tanto la Francia che la Germania hanno da guadagnare d aun rapporto con l’Italia che può contribuire all’equilibrio dell’Europa e al rilancio dell’Eurozona. L’equilibrio europeo comunque non si basa su tre o quattro grandi Paesi. La Commissione deve sempre cercare punti di intesa fra Nord e Sud, Est ed Ovest. Senza esclusioni.

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Per finire, ci dica qualcosa su come sta affrontando questa nuova sfida. Come si sente nei passi del Commissario più importante che l’Italia ha avuto?

L’Italia ha avuto un presidente della commissione, Romano Prodi, che ha lasciato una impronta di grande rilievo sui destini della Commissione. Per quanto mi riguarda, ne sono molto onorato. Al momento sono solo Commissario designato. La valutazione del Parlamento non è una formalità. Essere commissario all’Economia sarà una bella responsabilità e conto di svolgerla con due principi: costruire intese nel collegio e spingere perché Parlamento Europeo e Commissione svolgano assieme un ruolo cruciale.

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