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Barriera corallina addio. Senza biodiversità danni per 145mila miliardi l’anno

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Biodiversità. La barriera corallina, finora vanto dell’Oceano Indiano, è condannata a scomparire.

A dirlo, Sir Robert Watson, una delle figure scientifiche più note a livello internazionale nel campo dei cambiamenti globali (da quelli climatici ai mutamenti ambientali e dalla biodiversità), per il quale “anche rispettando tutti gli impegni presi dopo l’Accordo di Parigi. Nulla pare in grado di invertire il processo”.

Nella sua vita, Watson ha ricoperto il ruolo di direttore Sviluppo strategido del prestigioso Tyndall Centre for Climate Change Research all’Università East Anglia, ex direttore della Science Division e Chief Scientist dell’Ufficio Mission to Planet Earth della NASA, Chief Scientist e Senior Adviser for Sustainable Development della Banca Mondiale, presidente dal 1997 al 2002 dell’Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC), mentre dal 2000 al 2005 è stato Co-chair del Millennium Ecosystem Assessment (MEA), che ha prodotto il primo grande rapporto mondiale sullo stato degli ecosistemi della Terra e dal 2005 al 2007 è stato direttore dell’International Assessment of Agricultural Science and Technology for Development (IAASTD).

Nel 2016 è stato eletto presidente dell’Intergovernamental Science Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Assessment (IPBES).Una vita dedicata alla ricerca ed alla salvaguardia del nostro pianeta, tanto che nel maggio scorso, prima di lasciare il suo ultimo incarico, ha lanciato il più vasto e completo rapporto sullo stato degli ecosistemi planetari, il “Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services” che oggi costituisce il punto di riferimento internazionale per la road map da avviare in difesa della biodiversità della Terra.

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Ed è per questo straordinario lavoro che è stato chiamato a tenere l’Aurelio Peccei Lecture 2019 organizzata dal WWFClub di Roma e Novamont alla Camera dei Deputati.

In 40 minuti di intervento, Watson ha fatto una panoramica delle condizioni degli ecosistemi terrestri, per far capire che “i margini di tempo per rinviare le azioni necessarie sono azzerati. A partire dalla COP25 che si svolgerà nella prima metà di dicembre a Madrid”.

Riportiamo di seguito un’intervista lasciata a Valori.it

Professor Watson, la notizia che ci dà sulle barriere coralline è sconfortante. Davvero non si può fare più nulla per salvarle?

Sono i dati a confermare che il processo è di fatto irreversibile: se anche mantenessimo l’aumento della temperatura sotto il grado e mezzo, il 70-90% della barriera corallina morirebbe comunque. Con un aumento di 2°C, quella percentuale salirà al 99%. Il problema è che la sua capacità di adattarsi è remota. In più, oltre al riscaldamento globale c’è il fattore acidificazione degli oceani che ha un impatto devastante sulle specie che vi abitano. E infine, l’inquinamento da plastiche.

Immagino che sia solo la punta dell’iceberg: quali altri ecosistemi sono a rischio?

Quali NON sono a rischio, vorrà dire. I dati sanciscono una verità scomoda: il 75% della superficie terrestre è stata oggetto di alterazioni significative da parte dell’uomo. Di questo passo, questa percentuale, già alta, salirà al 90% entro metà secolo. Inoltre, l’85% delle zone umide è stato perso. E praticamente nessun area marina è immune dalle attività umane.

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E questo è anche un danno economico per l’uomo…

Questo trend ha già oggi prodotto impatti negativi sul benessere di oltre 3 miliardi di persone. In termini economici, in meno di 15 anni, tra il 1997 e il 2011, il mondo ha perso circa 4-20mila miliardi di dollari all’anno a causa del consumo eccessivo e scorretto del suolo e 6-11mila miliardi di dollari l’anno per il degrado.

Sono cifre assolutamente significative. Teniamo a mente che il valore dei servizi ecosistemici forniti dalla biodiversità (ad esempio, l’impollinazione delle colture, la depurazione delle acque, la protezione dalle inondazioni e il sequestro di carbonio) valgono tra i 125 e i 145mila miliardi di dollari l’anno. Più di una volta e mezza la dimensione del PIL mondiale. Eppure l’uomo li sta letteralmente gettando via.

Se guardiamo ai principali servizi ecosistemici, praticamente tutti si stanno depauperando. In alcuni casi con maggiore rapidità, in altri più lentamente, ma il trend di diminuzione è chiarissimo. I più preoccupanti riguardano la diversità degli impollinatori, la qualità e l’estensione degli habitat naturali, la qualità degli organismi biologici, l’abbondanza degli stock ittici e la probabilità di sopravvivenza delle specie animali e vegetali.

Quante specie sono a rischio estinzione?

I dati più aggiornati sono contenuti nel rapporto “Global Biodiversity Assessment on Biodiversity and Ecosystem Services”  l’IPBES: almeno un milione di specie viventi sono in via di estinzione nei prossimi decenni. In tutto, le specie esistenti si stima siano attorno agli 8 milioni. Il tasso totale di estinzione delle specie è oggi a un livello che supera dalle decine alle centinaia di volte la media del livello di estinzione verificatasi negli ultimi 10 milioni di anni.

Alcuni analisti definiscono questa come la sesta estinzione di massa. Concorda?

Su questa affermazione ci andrei cauto. Non credo si possa parlare di sesta estinzione di massa. Le altre cinque volte, la Terra ha perso il 75% delle specie viventi: in questo caso, stiamo parlando del 12-15%. Il problema comunque non è marginale. E deve preoccupare la velocità con cui le estinzioni stanno avvenendo.

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Perché le stiamo perdendo?

Ci sono motivazioni dirette e indirette. Ma tutte sono collegate con le attività umane. Le cause principali sono, nell’ordine, la modificazione dei terreni e dei mari, l’utilizzo diretto delle specie viventi, il cambiamento climatico, l’inquinamento e la diffusione delle specie aliene.

Per di più, man mano che la temperatura salirà, il numero di specie a rischio estinzione crescerà. Ad esempio, con un aumento di 1,5°C della temperatura, sono a rischio estinzione il 6% degli insetti, l’8% delle piante e il 4% dei vertebrati.

Se si arrivasse a un aumento di 2°C, quelle percentuali salirebbero rispettivamente al 18%, 16% e 8%. Con un grado in più di temperatura, la crescita raggiungerebbe il 49%, 44% e 26%. Ecco perché bisogna agire senza indugio.

Fra pochi giorni entreremo nel vivo della COP25 di Madrid. Appuntamento cruciale. A che punto siamo con la lotta ai cambiamenti climatici?

Con l’Accordo di Parigi del 2015 sottoscritto al termine della COP 21 e con alcuni dei 17 Obiettivi di Sviluppo sostenibile dell’Agenda ONU 2030 si sono fissate azioni essenziali per limitare la perdita di biodiversità e lottare contro il mutamento climatico. Tuttavia, non solo la realtà delle azioni concrete ma anche gli impegni assunti dai vari Stati per decarbonizzare le proprie economie sono del tutto inadeguate.

L’aumento della temperatura globale, secondo quanto deciso nella capitale francese nel 2015, potrebbe raggiungere il target “ideale” del 1.5 C° entro la prima metà del 2030 e di 2 C° nel 2050-2070. Ma, senza intervenire con azioni molto più decisive di quelle sin qui promesse, già oggi le previsioni al ventennio 2050-2070 parlano di un incremento di 3-4 C°.

Ogni lieve aumento di temperatura ha un impatto sulla biodiversità, sugli ecosistemi e sui servizi che rendono all’umanità. Man mano che la “febbre” del Pianeta cresce, si mettono a repentaglio settori ecologici più ampi. Alle barriere coralline si aggiungeranno probabilmente le foreste di kelp (habitat essenziali per moltissimi invertebrati, mammiferi marini, pesci e uccelli), alghe marine, molte zone epipelagiche (quelle comprese tra la superficie e i 200 metri di profondità, ndr).

Bisogna rendersi conto che i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità non possono più essere considerati questioni separate, devono essere affrontate insieme e ora. Compromettono lo sviluppo economico, minacciano la sicurezza alimentare e delle risorse idriche e la salute umana, colpiscono principalmente i poveri e possono portare a conflitti. È essenziale che i governi, insieme al settore privato, affrontino immediatamente questa emergenza”.

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Di fronte a questi scenari, i cittadini spesso si sentono impotenti. Lo sono davvero o è un comodo alibi?

Ognuno può contribuire per invertire la rotta. Esistono moltissime buone pratiche realizzate su piccola scala, che vanno sistematizzate e inserite in un approccio olistico. I cittadini possono fare la differenza scegliendo come muoversi nelle proprie città, cosa mangiare, quali fonti di energia utilizzare, quali tipi di consumi effettuare. E poi c’è lo strumento del voto. È un momento cruciale. Soprattutto quando parlo con dei ragazzi, dico loro: votate appena potete. E quando lo fate, scegliete i politici che hanno davvero a cuore le azioni di contrasto al climate change.

Le nuove generazioni devono farsi motore del cambiamento. Spesso, e il movimento Friday4Future lo dimostra, non ne possono più di noi vecchi, che abbiamo fallito. Ci stanno lanciando giustamente grandi accuse. Ma continuiamo ad ascoltarli troppo spesso in modo superficiale.

Nel suo intervento alla Camera dei Deputati in occasione della Peccei Lecture 2019 ha enfatizzato il ruolo delle comunità locali e indigene. Perché?

Perché abbiamo scoperto che il loro ruolo è essenziale per vivere in armonia con la natura. Le comunità indigene occupano il 25% della terra e il 35% delle aree protette ma nei loro territori la perdita di biodiversità e il depauperamento delle risorse naturali è molto meno marcato. E spesso avviene non per colpa loro, ma per politiche governative sbagliate, come quelle adottate dall’attuale presidente del Brasile nell’area amazzonica.

Mi scusi la provocazione, ma il tema è d’obbligo. La lotta ai cambiamenti climatici e la tutela della biodiversità è davvero compatibile con il capitalismo?

Molti miei colleghi e le persone con cui lavoro pensano che abbandonare il capitalismo sia indispensabile. Io non dico questo, anche perché dobbiamo essere realistici: il capitalismo è ovunque. Ormai anche la Cina è campione del capitalismo. Quindi dobbiamo cercare di integrare il capitale sociale, umano e naturale nei calcoli economici. Bisogna che i governi finalmente capiscano che quei fattori hanno un valore economico e di mercato.

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