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Shell condannata per disastro ambientale in Nigeria: è una sentenza storica

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Una sentenza storica della Corte d’Appello dell’Aia  in Olanda: il colosso petrolifero Shell è tenuto a risarcire gli agricoltori vittime dell’inquinamento provocati dagli oleodotti nell’area del Delta del Niger, in Nigeria.

Una Corte d’appello dei Paesi Bassi ha ritenuto la filiale nigeriana della compagnia petrolifera Royal Dutch Shell responsabile delle fuoriuscite di petrolio dai suoi oleodotti nell’area del Delta del Niger, in Nigeria, condannandola a pagare un risarcimento a quattro agricoltori e ad avviare una bonifica in zona. La sentenza è stata pronunciata  mettendo fine ad una causa civile di lungo corso.

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Se i magistrati hanno considerato responsabile la compagnia di non aver installato apparecchiature capaci di prevenire eventuali perdite petrolifere, Shell ha accusato dell’incidente i sabotatori, sostenendo inoltre che non dovrebbe essere ritenuta legalmente responsabile per le azioni di una controllata estera. Il gruppo potrà impugnare la sentenza e presentare ricorso presso la Corte suprema olandese.

La Shell dovrà quindi risarcire quattro contadini nigeriani per la distruzione di tre villaggi nella regione del Delta del Niger, causata da fughe di petrolio. “Il tribunale ha giudicato che Shell Nigeria è stata responsabile dei danni causati dalle fughe di petrolio” ha dichiarato il giudice durante l’udienza celebrata all’Aja. La direzione olandese della multinazionale dovrà, inoltre, equipaggiare gli oleodotti coinvolti con un “sistema di segnalazione precoce di eventuali perdite” proprio per evitare futuri danni ambientali.

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La sentenza odierna era molto attesa: da un lato quattro contadini e pescatori nigeriani che nel 2008 hanno sporto formale denuncia per i pesanti danni subiti dai loro villaggi di Goi, Ikot Ada Udo e Oruma, nel Sud-Est della Nigeria. Dall’altro il gigante petrolifero al quale veniva chiesto di svolgere lavori di bonifica dell’area inquinata e versare un risarcimento. Una battaglia giuridica durata 13 anni, duranti i quali due dei querelanti sono deceduti. 

 

Foto copertina The Guardian

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