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Cop26, delusione totale o c’è qualcosa da salvare? Il punto di Eleonora Evi e Giorgio Vacchiano a TeleAmbiente

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Cop26, delusione totale o c’è qualcosa da salvare? TeleAmbiente ne ha parlato con Eleonora Evi, eurodeputata e co-portavoce nazionale di Europa Verde, e con Giorgio Vacchiano, docente di gestione e pianificazione forestale all’Università Statale di Milano, che hanno analizzato i risultati del vertice di Glasgow dal punto di vista politico e scientifico.

Cop26, il risultato finale non è certo soddisfacente e su alcuni punti non si è fatto abbastanza. La delusione è totale o c’è qualcosa da salvare?

Eleonora Evi: “L’esito della Cop26 è molto deludente. Di positivo c’è che per la prima volta in una Cop si è fatto finalmente riferimento alla necessità di abbandonare le fonti fossili, anche se mancano date precise e azioni concrete. Possiamo salvare la confermata ambizione di restare al di sotto degli 1,5°C, ma il testo finale è debolissimo, anche per le azioni in extremis di alcuni Paesi, come Cina e India, che invece del phase-out, cioè l’abbandono totale delle fonti fossili, hanno adottato il phase-down, cioè una semplice riduzione. Inoltre, i Paesi più ricchi e responsabili della crisi climatica non hanno saputo decidere sulle finanze né collaborare con i Paesi più poveri, che pur non essendo responsabili, sono i primi a soffrire gli effetti del cambiamento climatico“.

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Giorgio Vacchiano: “Ho partecipato di persona alla Cop26 e mai come in questa occasione il punto centrale è rappresentato dai finanziamenti e dalla giustizia climatica. Non parliamo solo di aiuti ai Paesi in via di sviluppo per la decarbonizzazione, ma per la prima volta si è parlato del ‘loss and damage’, il meccanismo di risarcimenti i danni causati dalla crisi climatica, nei Paesi più poveri, a causa delle emissioni di quelli più ricchi. Stati Uniti e Unione europea si sono opposti ad un fondo per risarcire questi Paesi, probabilmente a causa di una preoccupazione per eventuali cause nei tribunali internazionali. Non è stato concesso questo fondo, ma solo un dialogo da sviluppare nei prossimi due anni. Dal punto di vista geopolitico però c’è una buona notizia, non guardiamo solo ai risultati finali della Cop26: da oggi potrebbero cambiare gli equilibri diplomatici e di potere nel mondo. La Cop26 deve essere un punto di partenza e i Paesi più ricchi devono essere un esempio“.

Ci sono Paesi che escono indeboliti da questa Cop26?

Eleonora Evi: “Non c’è nessun vincitore e sono tutti perdenti, abbiamo avuto piccolissimi risultati. L’accordo scontenta tutti, forse significa che qualcosina è stato messo sul tavolo. Il nuovo accordo, basato solo su impegni e non su azioni concrete, ci porta comunque ad un aumento di 2,4°C al 2100 e la data cruciale del 2030 vede comunque un aumento dei gas serra del 13,4%, quando secondo l’Accordo di Parigi dovrebbe essere ridotto del 45%. I Paesi più ricchi hanno fatto davvero una brutta figura. Ora abbiamo un anno di tempo per fare pressione in vista della Cop27“.

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Dal punto di vista scientifico, quali sono le delegazioni che si sono comportate meglio e quali invece si sono espresse su posizioni antiscientifiche?

Giorgio Vacchiano: “Dall’Accordo di Parigi abbiamo già raggiunto risultati importanti, sei anni fa era impensabile immaginare che tutti i Paesi si sarebbero posti un target di emissioni zero. Il problema è che questi obiettivi sono lontani nel tempo e le promesse dei piani climatici non garantiscono le riduzioni dei gas serra. Se noi andiamo a vedere le strategie nazionali di riduzione delle emissioni, nessun Paese soddisfa i requisiti di contenere il riscaldamento entro gli 1,5°C. L’Ue si è avvicinata molto con la nuova Climate Law, che però deve essere ancora discussa in Parlamento europeo, e l’Italia è rimasta indietro: il piano nazionale integrato energia-clima è stato realizzato dal governo Conte I e non è aggiornato ai nuovi standard della Commissione europea.
Gli ‘underperformer’ sono sempre i soliti sospetti. L’Australia non ha cambiato nulla rispetto a cinque anni fa, facendo ancora affidamento sull’uso del carbone di cui è uno dei massimi emettitori al mondo. Il Brasile è addirittura tornato indietro, allentando le tutele sulla deforestazione. Ci sono però dei casi positivi, come ad esempio il Beyond Oil and Gas Alliance (Boga): si tratta di un accordo multilaterale, promosso da Danimarca e Costa Rica, che a questo punto si distinguono in positivo, a cui hanno aderito alcuni Paesi, per l’obiettivo di abbandonare completamente ogni fonte fossile entro il 2050. L’Italia ha fatto discutere, perché prima ha annunciato di voler aderire ma poi è diventata uno dei Paesi ‘amici’, che non prendono questo impegno ma partecipano come osservatori“.

Eleonora Evi: “L’Italia ha aderito al Boga, a differenza di tanti altri Paesi europei, ma solo come ‘amica’. Temo che sia stata una mossa dettata da motivi di immagine, dopo che l’Italia aveva organizzato Youth4Climate, la pre-Cop dei giovani. Temo anche che questa iniziativa sia frutto di un accordo con la Francia, che vuole inserire nella tassonomia Ue degli investimenti sostenibili il nucleare, mentre l’Italia vorrebbe inserire il gas. Temo ci sia una sorta di scambio in corso, lo vedremo alla resa dei conti tra qualche settimana, quando verrà pubblicato l’atto delegato della Commissione europea. Inoltre, è gravissimo che l’Italia non abbia partecipato alla conferenza stampa in cui Germania, Spagna, Lussemburgo e altri Paesi Ue in cui veniva ribadito il no al nucleare: temo sia un brutto segnale“.

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Giorgio Vacchiano: “Concordo con quanto dichiarato da Eleonora Evi, la scienza ci dice chiaramente che il gas è uno dei combustibili fossili da abbandonare perché inquinanti. Tra l’altro, le emissioni mondiali causate dal gas sono aumentate durante la pandemia, a differenza di quelle causate dal petrolio, che sono diminuite, e di quelle causate dal carbone, che sono rimaste stabili. L’Italia si è distinta per altre mosse un po’ a metà: l’ingresso in extremis nel trattato multilaterale per lo stop ai sussidi per nuove estrazioni di combustibili fossili all’estero, probabilmente le grandi multinazionali esercitano forti pressioni, o il tentativo del ministro di Cingolani di sbloccare l’impasse sui fondi internazionali provando a utilizzare una riserva del Fmi utilizzata in passato per situazioni di emergenza. La scienza e i cittadini hanno il dovere di vigilare attentamente per capire come si muoverà il nostro governo, noi dovremo far pressione affinché si muova su percorsi intelligenti dal punto di vista scientifico e anche economico. Molti delegati presenti a Glasgow hanno ammesso che gli unici successi raggiunti in questi anni sono stati merito della mobilitazione della società civile, che si è sentita anche nella bolla della Cop26. Molti dei negoziatori hanno cercato quantomeno di non perdere la faccia davanti ai tanti ragazzi che chiedono futuro“.

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