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CENONE VIGILIA NATALE, RISCHI E PERICOLI NASCOSTI

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Roma. L’Italia è pronta a servire il cenone di Natale. Anche quest’anno, con gli ogm nel piatto. panettone compreso. Il classico cenone all’italiana vedrà primeggiare sul tavolo piatti a base di pesce e verdura, tra salmone, pesce spada, pesce azzurro, insalate di mare, fritture di ogni tipo, dal pesce alla verdura, pasta in quantità industriale fino all’immancabile dolce natalizio. Con così tanti ingredienti, fare attenzione a cosa ci finisce davvero nel piatto è quasi impossibile e spesso la quantità rischia di oltrepassare la qualità.

Ma a che prezzo? Cosa nasconde il nostro menu?

Il pesce è tra le maggiori scelte nel periodo natalizio. Si punta tutto sul salmone, jolly per le grandi tavolate delle festività. Una scelta comoda, ma quanto è sana?

Consideriamo che quasi sempre si tratta di pesce di allevamento, da tempo nel mirino delle analisi. L’ultima, proprio nei giorni scorsi sulle differenze tra salmone di allevamento convenzionale e quello biologico, meno diffuso e acquistato in Italia. In entrambi, tracce di pesticidi, residui di farmaci veterinari, inquinanti come diossine e PCB, e metalli pesanti. Scoperta che fa quasi passare l’appetito, per non parlare del fatto che proprio nel salmone bio le quantità di sostanze inquinanti sono quasi quattro volte più elevate. E tutto proviene dal mangime dei pesci allevati, a sua volta contaminato, fatto per lo più di farina di pesce. Un viaggio a ritroso tra inquinanti e proprio di queste farine a loro volta sono state recentemente studiate le quantità di etossichina, antiossidante, forse cancerogeno, generalmente aggiunto a questi composti e su cui l’UE metterà un divieto solo dal 2020. Dei 18 campioni analizzati, solo 3 quelli privi di residui misurabili. Non solo il salmone, ma anche le altre specie di pesce più in vista sulle tavole italiane e nei supermercati, per lo più da allevamento, contengono tracce di inquinanti di ogni tipo, plastiche, antibiotici, metalli. E forse, siamo ancora all’antipasto.

Si passa al primo, un fumante piatto di tagliatelle che invitano all’inevitabile bis.

Ma sappiamo cosa mettiamo sotto i denti?

Non a caso, la pasta è stata la protagonista indiscussa degli ultimi mesi, dopo il caso glifosato. Al pesticida per eccellenza è stata rinnovata a inizio dicembre l’autorizzazione all’uso per altri 5 anni, nonostante sia stato dichiarato “probabilmente cancerogeno”. Con tante prove a favore dell’abolizione, ma pochi consensi, l’UE ha votato a contro, permettendo alla multinazionale Monsanto di portare avanti la produzione di uno dei diserbanti più utilizzati e più dannosi. Ma cosa c’entra la pasta del nostro cenone? Al centro della questione glifosato c’è proprio la produzione di grano, per la maggior parte importato, senza controlli, che finisce dritto negli scaffali dei supermercati italiani ed europei, senza che nessuna etichetta possa dirci quanti pesticidi stiamo ingerendo. Un’analisi fatta nei mesi scorsi ha rilevato percentuali di glifosato in tutte le più note marche di pasta prodotte in Italia, persino in quelle che si definiscono bio.

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Attenzione anche a chi per Natale sceglie l’alternativa del cereale e mette in tavola un risotto. Se ne è preoccupato Giovanni Doglio, agronomo piemontese. “Sulle nostre tavole arrivano risi confezionati da paesi del Sud est asiatico prodotti da piante Ogm. L’etichettatura “riso italiano’” deve diventare obbligatoria”, ha dichiarato, esprimendo il suo dissenso verso le multinazionali che diffondono la produzione di colture Ogm.

Sempre la Monsanto è stata coinvolta in un ripensamento normativo dell’Europa, quando a settembre del 2017 la Corte di Giustizia Europea ha dichiarato “ingiustificato” vietare la coltivazione del mais MON 810 della Monsanto, come invece aveva stabilito un decreto del governo italiano del 2013. Un ripensamento europeo legato all’idea di “assenza di una manifesta condizione di rischio grave per la salute umana, degli animali o per l’ambiente”. Sulla questione mais Monsanto, l’EFSA, Autorità europea per la sicurezza alimentare, ha scelto di non pronunciarsi, limitandosi solo ad avvisare di “ogni possibile rischio che l’uso degli OGM può portare alla salute degli uomini e degli animali, e all’ambiente”.

In Italia comunque la coltura ogm resta vietata, nel disaccordo però di qualche agricoltore. “Voglio ottenere mais senza usare insetticidi: con gli Ogm si può, perché gli insetti non attaccano quelle piante”, ha detto Giorgio Fidenato, agricoltore di mais che negli ultimi anni non ha fatto che finire davanti ai tribunali per la sua scelta di continuare a coltivare gm. “Per fare il Prosecco o per coltivare le mele ci vogliono 15 trattamenti antiparassitari all’anno – ha replicato – E non venite a dirmi che il rame metallico usato nell’agricoltura biologica non è tossico”. Nella confusione normativa chi produce fa ancora un po’ di testa sua, purtroppo. Perchè nonostante sul territorio italiano continui a valere il divieto, ad alcuni agricoltori questo sembra interessare poco. Sono numerose infatti le produzioni, “soprattutto in Emilia Romagna e Veneto, che usano gli Ogm e non solo come mangime per gli animali ma lo seminano segretamente”.

Insomma, con questi segreti c’è poco da star sicuri. Soprattutto perché le colture che possono non essere a norma esistono non solo per mais, ma anche per verdure, soia, cereali. La soia in particolar modo, costituisce a sua volta l’elemento principale del mangime dell’animale che spesso finisce a sua volta nel nostro piatto. Ed ecco che si torna al cenone. La normativa italiana se da un lato vieta la produzione diretta di Ogm, dall’altro lascia libertà all’importazione e alla vendita. Il che vuol dire se a Natale compro lo zampone di maiale, l’etichetta potrebbe anche non dirmi se quel maiale è stato nutrito con montagne di cibo Ogm. La soia con cui vengono nutriti gli animali e che finisce anche nei nostri piatti, soprattutto con la diffusione di prodotti a base di soia negli scaffali veg, viene importata in Italia a quantità industriali ed è fatta per il 90% di Ogm.

Siamo al dolce e anche il panettone fa la sua parte. Nella lista degli ingredienti geneticamente modificati non mancano formaggi, latte, uova, provenienti dagli allevamenti di animali che a loro volta vengono nutriti con mangimi Ogm, che quindi finiscono dritti sulle nostre tavole.

Ad aggiudicarsi il premio di cenone meno Ogm d’Italia è solo la provincia di Bolzano, che dal 2001 ha vietato con una legge anche i mangimi geneticamente modificati. “Se la vacca mangia Ogm, non si scappa: te lo ritrovi nel latte” ha detto la direttrice della Federazione delle Latterie dell’Alto Adige, Annemarie Kaser. “Il processo di controllo è più costoso, ma i consumatori sono contenti. Alla gente piacciono le garanzie”.

Ma chi garantisce? Immediata la risposta dal Laboratorio analisi alimenti di Bolzano, che una volta fatti tutti controlli dà alle ditte “un certificato che dimostra che non usano mangimi Ogm”, grazie alle tecniche della biologia molecolare. Un traguardo possibile soprattutto con il forte “l’impegno di agricoltori e allevatori”, che scelgono di mettere al primo posto la qualità degli alimenti e della produzione.

Insomma, o si va tutti a Bolzano oppure a Natale meglio guardare bene nel piatto. O meglio, oltre il piatto, con un occhio alla propria salute e alla salute del pianeta.

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