Economia

WEB TAX, DIMEZZATA AL 3% MA OBBLIGATORIA PER AMAZON, GOOGLE E FACEBOOK

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Roma. I giganti del web pagheranno le tasse. Il presidente della commissione Bilancio, Francesco Boccia, ha presentato un nuovo emendamento che prevede una modifica sulla web tax, che passerebbe al 3%, rispetto al 6% fissato al Senato.
Questo non vuol dire che lo Stato incasserà di meno. Dalla relazione tecnica presentata si legge che “la base imponibile viene stimata in 6.342 milioni di euro: applicando l’aliquota del 3% si determina un gettito annuo di competenza di circa 190 milioni di euro“, rispetto al gettito stimato al Senato di 114 milioni. Quella di Boccia è l’ennesima revisione per il testo firmato Massimo Mucchetti e approvato alla fine di novembre, dopo una lunga serie di modifiche e ripensamenti.
Ma di cosa si tratta?
La web tax va a tassare i ricavi delle grandi multinazionali del mondo digitale, con l’applicazione di un regime del 6% e che forse si evolverà al 3% nei prossimi giorni. Una proposta uscita dal Senato seppur con qualche perplessità, persino per gli stessi deputati del Pd che appartengono alla Commissione Bilancio della Camera. Tra questi, lo stesso Boccia.
Ma cosa non convinceva?
Intanto, il rischio che la nuova tassa finisse per essere scaricata a valle, sulle Pmi italiane già in regola, non colpendo più esclusivamente i big del web che ancora sfuggivano al fisco. Il timore era di un “boomerang per tutto il made in Italy”, come aveva affermato il deputato Boccadutri. Timore che parrebbe aggirato dalla neo proposta che per salvaguardare Pmi e start up fa scattare il pagamento dell’imposta al raggiungimento delle 3000 transazioni digitali in un anno, rispetto al vecchio valore soglia di 1500. Una variazione che così permette di tassare solo i grandi del web come Facebook, Google e Amazon.
La categoria delle transazioni digitali include tutte le prestazioni di servizi tra operatori economici fatte attraverso mezzo elettronico. Una categoria che detta così include mezzo mondo e che ha fatto nascere qualche dubbio su come questa manovra impatterebbe sugli acquisti online di ogni giorno. La risposta è: in alcun modo. Perchè la tassa si riduce al 3%, ma non coinvolge l’e-commerce né la cessione di beni, includendo solo le transazioni legate a servizi online e soprattutto le pubblicità. Dal lato dell’e-commerce, la svolta è la sfida di Poste Italiane al colosso privato Amazon, che dal 2019 avvierà il servizio universale per i pacchi fino a 5 chili.
Altra novità che fa da scudo alle aziende italiane nel web è l’eliminazione del credito d’imposta, previsto invece nel ddl Mucchetti, con cui le imprese residenti avrebbero potuto compensare l’imposta pagata. Con il nuovo emendamento, la tassa sarà prelevata applicando una ritenuta cedolare secca. Cambiamenti anche per il ruolo della banca, prima sostituto d’imposta, questione criticata a novembre perchè metteva fuori gioco gli altri gestori di servizi di pagamento come Paypal La nuova proposta di Boccia scarica l’incarico all’azienda, che dovrà versare direttamente il 3% all’erario. Inoltre, niente più spesometro per tracciare le aziende del web, nè obblighi di comunicazione verso l’agenzia delle Entrate.
Mucchetti intanto ha contestato la nuova versione, in quanto “la norma colpisce in modo pesantissimo le imprese italiane del web dimezzando l’onere a carico delle multinazionali digitali, ammesso che a queste venga in concreto applicata l’imposta. In più, per gonfiare la base imponibile, si sono inseriti i ricavi di attività digitali quali la Data Analytics, il Cloud Computing e i Sistemi di integrazione ICT, triplicando il contributo che deriva dai dati Agcom sulla pubblicità on line quando al Senato lo si era soltanto raddoppiato”. Per il firmatario del primo ddl si tratta di un gioco delle tre carte, per cui non si va a definire “quali attività specifiche verranno sottoposte alla web tax, delegando l’individuazione a un decreto ministeriale. Morale: così gonfiata, la base imponibile è salita a 6,3 miliardi quando prima era stata indicata in 3,8 miliardi. E così è stato possibile fare il “miracolo”: dimezzare l’aliquota e aumentare il gettito”.
Insomma, tra perplessità e ripensamenti, la manovra finirà sul tavolo della commissione Bilancio mercoledì, ma non si escludono nuovi rinvii. Se questa volta tutto dovesse filare liscio, l’entrata in vigore sarebbe prevista per il 1 gennaio 2019.
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