Vino e cambiamenti climatici: facciamo il punto con Coldiretti e Assoenologi

Anche il settore vitivinicolo deve fare i conti con il clima che cambia e le previsioni sulla produzione sono preoccupanti

Il settore vitivinicolo in Italia è una vera eccellenza, con un fatturato di oltre 14 miliardi di euro, ma se non si interviene il calice del vino italiano rischia di diventare mezzo vuoto, o peggio, esaurirsi del tutto. Questo perché anche la produzione di vino deve fare i conti con i cambiamenti climatici. Infatti secondo uno studio pubblicato su Nature Reviews Earth and Environment, se si arrivasse a superare i 2 gradi di riscaldamento rispetto all’età preindustriale, fino al 70% delle regioni caratterizzate oggi per la produzione vinicola, potrebbero rivelarsi non più adeguate, Italia compresa.

Coldiretti e la vendemmia 2023

Il nostro Paese sta già risentendo del calo di produzione, come ha spiegato a Rapporto Mondo Domenico Bosco, Responsabile vino di Coldiretti: “La vendemmia 2023 è forse la più scarsa degli ultimi due secoli, abbiamo avuto una produzione inferiore a 39 milioni di ettolitri, quindi 11 milioni in meno rispetto al 2022. Ci sono stati danni importanti perché si è avuto un inverno particolarmente siccitoso, seguito da una primavera con abbondanti piogge e elevato tasso di umidità, quindi difficoltà da parte delle aziende agricole nell’effettuare i trattamenti fitosanitari e situazioni favorevoli per la diffusione della principale patologia dei vigneti. Dalla Toscana a scendere si sono visti danni importanti dei vigneti, con percentuali di danno che, nel caso dei vigneti biologici, sono stati prossimi al 10%”

Lo scenario non troppo buio per Assoenologi

Lo scenario del settore vitivinicolo non è così drammatico secondo Riccardo Cotarella, Presidente di Assoenologi, che però sottolinea la necessità di un approccio scientifico alla vigna: “Oggi la viticoltura è sempre meno un mestiere del fai da te, proprio per il cambiamento climatico. Abbiamo bisogno di approcci scientifici in vigna, che vengono da un percorso di studi e da una conoscenza verso la pianta. È vero che il cambiamento climatico ha portato a un approccio diverso alla vigna, ma io sono convinto che la vigna è la pianta che soffre di meno per il cambiamento climatico, ma ha bisogno di un approccio scientifico. Non dimentichiamo che i grandi vini italiani sono nati dopo il cambiamento climatico, perché l’Italia ha vini tardivi e in passato la gran parte delle uve maturavano con 15-25 giorni di ritardo rispetto a oggi, andando incontro all’autunno e raramente si portavano a casa uve sane come oggi, perché c’era un andamento climatico avverso nel periodo critico della produzione”.