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VIA LIBERA DELLA COMMISSIONE AL ROSATELLUM BIS, M5S E MDP ALL’ATTACCO

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Dischetto verde della Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati al Rosatellum bis. La riforma della legge elettorale, sostenuta dal patto a quattro (Pd, Forza Italia, Alternativa Popolare e Lega Nord) dopo oltre 20 ore di dibattito e votazioni, dovrà ora affrontare la prova dell’Aula, dove l’aspettano oltre 90 votazioni a scrutinio segreto.  Il testo approderà nell’Aula di Montecitorio martedì 10 ottobre alle 15. A favore hanno votato i deputati di Pd, Ap, Lega, FI, a cui si aggiungono in commissione i voti favorevoli dei verdiniani, fittiani e Civici e Innovatori.

Nettamente contrari, invece, M5S, Mdp, Sinistra italiana e FdI. Il testo base del Rosatellum bis (un mix tra maggioritario e proporzionale ma dove la quota di proporzionale la fa da padrona), durante il passaggio in Commissione non subisce particolari stravolgimenti. Vediamo in sintesi i capisaldi della nuova legge elettorale:

– MIX PROPORZIONALE E MAGGIORITARIO: il testo della legge elettorale prevede una quota del 64% di collegi plurinominali proporzionali e del 36% di collegi uninominali maggioritari.

CIRCOSCRIZIONI: 20 circoscrizioni per il Senato (una per ogni regione), 28 per la Camera.

COLLEGI: al Senato i collegi uninominali sono 109, alla Camera 231. Ma su questo punto, il Rosatellum bis assegna al governo una delega (di 30 giorni)  per ridisegnare i collegi. Durante l’esame in commissione infatti è stato deciso di modificare l’ampiezza dei collegi plurinominali diminuendone il numero, che scende da circa 70-75 previsti inizialmente, a circa 65.

SOGLIE DI SBARRAMENTO: i partiti e le singole liste devono ottenere almeno il 3% dei voti validi su base nazionale, sia alla Camera che al Senato. Per le coalizioni la soglia di sbarramento sale al 10%, sempre su base nazionale. C’è poi la soglia dell’1% valida per i partiti in coalizione che consente di ripartire i voti ottenuti dalla lista alla coalizione stessa. Sotto questa soglia i voti vanno dispersi.

PLURICANDIDATURE: nei listini proporzionali sono consentite fino a un massimo di 5 pluricandidature, a differenza dei collegi uninominali dove non sono invece consentite. E’ invece consentita la candidatura dello stesso candidato in un collegio uninominale e nei collegi plurinominali, anche in questo caso fino a un massimo di cinque.

LISTINI: i listini per il proporzionale sono molto corti: non possono contenere un numero di candidati inferiori a 2 e superiori a 4.

SCHEDA CON ‘ISTRUZIONI PER L’USO’: l’elettore avrà un’unica scheda per il maggioritario e il proprozionale, una per la Camera e una per il Senato, che conterranno le ‘istruzioni per l’uso’ sul frontespizio. Non è consentito il voto disgiunto. Ogni elettore dispone di un voto da esprimere sulla scheda che reca il nome del candidato nel collegio uninominale ed il contrassegno della lista o delle liste collegate, corredate dei nomi dei candidati (listino) nel collegio plurinominale.

VOTO: l’elettore vota il contrassegno della lista prescelta ed il voto è attribuito anche al candidato nel collegio uninominale. Nei collegi uninominali il seggio è assegnato al candidato che consegue il maggior numero dei voti. Per i seggi da assegnare alle liste nei collegi plurinominali, il riparto avviene a livello nazionale, con metodo proporzionale, tra le coalizioni di liste e le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento. Nel caso il candidato nel collegio uninominale venga eletto sia nel maggioritario che nel proporzionale, prevale il collegio uninominale. Al candidato presente in più collegi plurinominali che dovesse essere eletto in diversi listini, sarà assegnato il collegio plurinominale in cui la lista a lui collegata ha ottenuto il minor numero di voti. In caso di pareggio tra due candidati, sara’ eletto il candidato piu’ giovane.

QUOTA DI GENERE: il Rosatellum bis riconosce una quota di genere nella proporzione di 60-40%. Dispone infatti che nei collegi uninominali e in quelli plurinominali nessuno dei due generi puo’ essere rappresentato in misura superiore al 60%.

TAGLIANDO ANTI-FRODE: Ogni scheda ha un tagliando removibile, dotato di codice alfanumerico progressivo che sarà rimosso e conservato dall’ufficio elettorale prima dell’inserimento della scheda nell’urna. L’obiettivo è evitare possibili brogli elettorali e la circolazione di schede prestampate.

FIRME: In commissione sono state approvate due modifiche, ribattezzate ‘salva-Mdp’ e ‘soccorso ai nuovi partiti’. Si prevede infatti che i gruppi parlamentari che si sono costituiti prima del 15 aprile 2017 (come appunto Mdp) non dovranno raccogliere le firme. Si dispone, inoltre, che solo per le prossime elezioni politiche il numero di firme venga dimezzato (da circa 1.500 a circa 750) per le nuove formazioni politiche e per chi non ha un gruppo autonomo in Parlamento. Sempre una tantum gli avvocati cassazionisti potranno autenticare le firme a supporto delle liste elettorali. Duro attacco di Mdp e M5S, che gridano all’inciucio, definendo la riforma “incostituzionale”. “E’ un inciucio totale contro di noi. Andremo in Aula a difendere gli italiani da questa porcheria” – commenta Danilo Toninelli (M5S).

“La legge elettorale licenziata dalla commissione non può avere e non ha avuto il voto favorevole di Fratelli d’Italia perchè, accanto a norme condivisibili, ha inserito due enormi macigni” – dichiara Ignazio La Russa (Fdi) – il primo riguarda l’assenza di un premio di maggioranza che consenta ai cittadini di scegliere veramente il governo che vogliono e non invece lasciare ai partiti, all’indomani delle elezioni, il compito di accordarsi tra di loro anche partendo da posizioni contrapposte. L’altro, è costituito dalla scelta di liste bloccate e quindi dall’assenza delle preferenze”. “Corriamo il rischio, fondatissimo, di avre un’altra legge incostituzionale, contro cui non ci sarà il tempo di ricorrere alla Consulta” – è invece l’allarme lanciato dall’ec presidente della Consulta Gustavo Zagrebelsky. Resta alta intanto l’allerta sulla tenuta dei gruppi parlamentari, soprattutto a causa dell’ipotesi che il governo ricorra alla fiducia. Una mossa che però non blinderebbe totalmente il testo, in quanto il regolamento della Camera prevede la possibilità di richiedere lo scrutinio segreto in occasione del voto finale. Sia l’esecutivo che i vertici del Pd, hanno finora smentito tale ipotesi. “Credo che ci siano le condizioni perchè il testo passi anche al Senato.

C’è la compattezza di tutti i gruppi che la sostengono. Poi e’ chiaro che esiste il rischio dei franchi tiratori, ed e’ un rischio impossibile da calcolare” – afferma il capogruppo dem Ettore Rosato, aggiungendo che la fiducia “è un argomento che non abbiamo nemmeno affrontato”. Rassicurazioni che però, non convincono Mdp: “se davvero qualcuno pensa che si possa mettere la fiducia sulla legge elettorale, per la seconda volta nella stessa legislatura, sappia che non resteremo a protestare nel Palazzo ma porteremo nelle piazze l’Italia democratica” – avverte il capogruppo di Articolo 1, Francesco Laforgia.

 

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