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Grandi navi, Venezia rischia di finire nella lista nera dell’Unesco

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A poche settimane dall’assemblea annuale dell’Unesco, in programma dal 16 al 31 luglio, gli esperti dell’agenzia dell’ONU inviano all’Italia un vero e proprio aut aut sulla questione irrisolta delle grandi navi che continuano a creare danni all’ecosistema della città di Venezia.

La città lagunare rischia seriamente di entrare nella lista nera dei siti Unesco e per questooccorre urgentemente una soluzione di lungo periodo“, che dia massima priorità all’ipotesi di “impedire totalmente” e da subito l’accesso in Laguna, preferibilmente “reindirizzandole verso porti più adatti nell’area”.

È dal 2016 che l’Unesco chiede all’Italia che le grandi navi escano dalla laguna.

Fu infatti adottata una risoluzione ad Istanbul che chiedeva al Governo italiano di correre ai ripari, dando almeno attuazione al decreto Clini-Passera del 2012 che vietava (salvo approvare una deroga in attesa di una soluzione definitiva) il transito dei natanti con più di 40mila tonnellate davanti a San Marco.

Secondo i termini stabiliti dalle Nazioni Unite, entro il 1° febbraio 2017 l’Italia avrebbe dovuto presentare un rapporto dettagliato sullo stato di conservazione del sito.

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Tra i compiti assegnati all’Italia, per evitare di finire nella blacklist dei siti a rischio:

  • fermare per prima cosa ogni nuovo progetto infrastrutturale
  • introdurre la proibizione alle grandi navi passeggeri e commerciali di entrare in Laguna (limiti stringenti al traffico acqueo per ridurre il moto ondoso)
  • una politica per assicurare un turismo sostenibile
  • l’interruzione dello spopolamento del centro storico

In cinque anni però l’Italia non ha fatto abbastanza se l’Unesco è tornata a riproporre la stessa minaccia.

A fine gennaio 2017, prima della scadenza del 1° febbraio, il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro si recò in missione a Parigi portando al direttore generale dell’istituzione, Irina Bokova, un dossier in cui illustrava le misure che sarebbero state adottate.

All’epoca inoltre, l’ex premier, Matteo Renzi, sottoscrisse con Venezia un patto da 457 milioni di euro.

Il documento, in cui venivano spiegate le politiche che si volevano attuare per controllare il turismo e renderlo più snello e diffuso, oppure per incentivare l’acquisizione di case da parte di giovani famiglie, conteneva un capitolo dedicato al vincolo culturale che la Sovrintendenza avrebbe apposto sul Canal Grande, il Bacino di San Marco e il Canale della Giudecca (mantenendo la promessa fatta all’Unesco), e uno sulla revisione del Piano morfologico della Laguna, che non fu mai approvato.

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Due anni dopo, nel 2019, la Commissione di verifica riunita a Baku in Azerbaijan, diede un altro ultimatum a Venezia.

Nel 2020 il Mose iniziò a funzionare sperimentalmente, e Parigi lo interpretò come un segnale che qualcosa di positivo si fosse fatto.

Ma lo spostamento in avanti del cronoprogramma per il completamento dei lavori del Mose, previsto per il 31 dicembre 2021, ha riportato la questione Venezia all’ordine del giorno dell’Unesco.

Per Venezia però, quello delle grandi navi non è l’unico problema di cui occuparsi.

È necessario intervenire infatti sul turismo di massa, lo spopolamento, il Mose, le fabbriche inquinanti di Porto Marghera ed i progetti edilizi in terraferma.

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