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Vaia, il ritorno a casa della famiglia sopravvissuta alla tempesta

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La storia, raccontata da Repubblica, di Erose Gloria che tornano nella casa che un anno fa fu travolta dal fiume.

Il 29 ottobre del 2018 venti a quasi 200 chilometri orari spazzarono le Dolomiti e devastarono 20 mila ettari di foreste, una superficie pari a 40 mila campi da calcio.

Milioni di alberi volati viva nel vento e nella pioggia giacciono ancora sui pascoli e lungo i canaloni. Hanno scosso il cuore delle Dolomiti: per un secolo il volto apparente della natura non tornerà come prima. Ad essere invisibilmente cambiata per sempre è invece la gente.

Le stagioni hanno compiuto un ciclo e con il ritorno dell’autunno, dopo la notte che ha ricordato agli umani la loro impotente marginalità, adesso ognuno lo sa: sulla terra guastata i disastri non passano più, riposano sempre meno e poi ritornano.

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Noi però,” dice Gloria Roni, 59 anni di Ponte Mas, “restiamo qui. Siamo ancora vivi, vogliamo ricominciare come i larici rimasti in piedi.”

La sua, a Sedico, è la casa della famiglia miracolata: travolta e sopravvissuta due volte. Le immagini dell’edificio nell’Agordino, crollato per metà nel fiume Cordevole la notte della tempesta, hanno fatto il giro del mondo.Un anno fa sono diventate il simbolo di Vaia.Oggi sono la prova della rinascita del popolo dimenticato che vive nei paesi delle altequote.

Ci hanno proposto di andare via,” dice il marito Eros Tormen, 63 anni, “a Venezia, oppure a Barcellona dove è emigrata nostra figlia.Impossibile: se tagliamo le radici, come i boschi, secchiamo“.

Un anno fa, oltre 700 millimetri di acqua in poche ore, raffiche fino a 217 chilometri orari. Una tempesta tropicale in alta montagna.

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Più che l’aria sporca, ci spaventa quella fritta, soffiata da chi nega l’evidenza del clima sconvolto. Solo per caso a noi non è costata la vita.”

Quel lunedì il peggio sembrava passato. Sul ponte di Mas il Cordevole era sceso a 3,5 metri. La pioggia cadeva leggera.

Alle 17 ci hanno assicurato che il caso di pericolo ci avrebbero avvisato,” dice Gloria.”Con il buio è iniziato il rumore.

Sulle montagne di Veneto, Friuli, Trentino, Alto Adige e Lombardia, quel boato è indimenticabile. “Tremavano i tetti e i pavimenti,” dice Matteo Melchiorre, autore di Storia di alberi e della loro terra,” le cose e le piante hanno preso il volo. Un terremoto: non pochi secondi, tre ore. Abbiamo pensato, se lei vuole può. Si sentiva che la natura poteva cancellare anche la vita“.

Tutti conservano negli occhi la tristezza di 14 milioni di alberi sradicati.

Sotto la casa della famiglia Tormen invece è stato il fiume a riprendere lo scavo incompiuto 52 anni prima. “La sera il Cordevole era salito a 10 metri, poi oltre i 15 superando il ponte. A monte, per salvare i paesi, avevano aperto troppo tardi lo sbarramento del lago di Alleghe e la diga di Cencenighe, colma di tronchi. Alle 21 e 50 abbiamo sentito un rumore profondo e l’odore di terra marcita dell’alluvione: casa, garage e piazzale sotto le finestre sono finiti nel fango“.

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Gloria, come da bambina, è ritornata una sfollata. “Mi sono nascosta in auto, vomitavo e piangevo. Alla luce del cellulare abbiamo scoperto la verità.”

L’ordine di evacuazione è arrivato solo la mattina dopo. Racconta Eros: “I carabinieri ci hanno detto di mettere le nostre cose in un furgone e di andare via. Abbiamo rifiutato, non potevamo abbandonare i due gatti. Mia cugina Vanna, a Parigi, ha visto in tivù le macerie trascinate nel cratere scavato dalla corrente. Ci ha offerto casa sua, a due chilometri da qui.”

Adesso, dopo un anno, sono tornati. Inutile convincerli a dire basta e poi addio. La vita riprende nelle stesse stanze che si son salvate, sospese sopra il vuoto. Eros sta superando un ictus che l’ha sorpreso sulle scale. La terra che abbiamo guastato e che non curiamo non li ha risparmiati. Nell’ottobre 2018 Vaia, sulle Alpi, è stata come la Grande Guerra finita un secolo prima : le bombe sulla natura, questa volta che scappa da chi la distrugge.

Per noi però ancora non basta,” dice la famiglia Tomen.”Ci ha lasciato vivere, abbiamo il dovere di ricominciare.Se resta sola la montagna muore: allora si è finita per tutti.”

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