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Usa, Pfas nel latte materno: valori 2mila volte superiori al livello di sicurezza

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Trovate sostanze chimiche nel latte materno. Un nuovo studio, condotto negli Stati Uniti, ha analizzato il latte materno delle donne americane per verificare se vi fosse contaminazione da Pfas, riscontrando la sostanza tossica in tutti i 50 campioni testati e a livelli quasi 2mila volte superiori al livello che alcuni enti della salute pubblica ritengono sicuro per l’acqua potabile.

Gli autori dello studio,  pubblicato sull’Enviromental Science and Technology journal e  Peer Reviewed, affermano che i risultati sono “fonte di preoccupazione” e indicano un potenziale rischio per la salute dei neonati.

I risultati dei test hanno rilevato livelli di Pfas nel latte che vanno da 50 parti per trilione (ppt) a oltre 1.850 ppm.

Ma non è la prima volta che si verifica un rischio così alto.

Un altro allarme sull’inquinamento del latte materno fu lanciato nel 2012 dal Parlamento Europeo. In quel caso però, l’allarme era dovuto a pesticidi e sostanze come diossina e policlorobifenili.

 “Lo studio mostra che la contaminazione da Pfas del latte materno è probabilmente universale negli Stati Uniti  – spiega Erika Schreder, coautrice e direttrice scientifica di Toxic Free Future –e che queste sostanze chimiche dannose stanno contaminando quello che dovrebbe essere il cibo perfetto della natura”

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Le sostanze perfluoroalchiliche, usate dall’industria per produrre impermealizzanti, sono state collegate da diversi studi a cancro, difetti alla nascita, malattie del fegato, malattie della tiroide, spermatozoi in calo e una serie di altri gravi problemi di salute.

Ma in che modo gli autori del nuovo studio hanno stabilito che si tratta di livelli migliaia di volte superiori alla soglia di sicurezza?

Per i Pfas nel latte materno non ci sono degli standard, ma negli Usa l’organizzazione per la difesa della salute pubblica Environmental Working Group pone il suo obiettivo massimo per l’acqua potabile a 1ppt e l’Agenzia federale per le sostanze tossiche e il registro delle malattie, all’interno del Dipartimento della salute e dei servizi umani, raccomanda fino a 14 punti percentuali nell’acqua potabile dei bambini.

Nonostante lo studio abbia preso in esame un piccolo campione, la contaminazione ha interessato gruppi socioeconomici e geografici, che è “ciò che rende il problema così difficile a livello individuale –spiega Sheela Sathyanarayana, coautrice dello studio e pediatra dell’Università di Washington – ciò di cui parla è che le sostanze chimiche sono così onnipresenti che non possiamo davvero prevedere chi avrà le esposizioni più elevate”.

Lo studio si pone in contrapposizione con l’industria chimica che sostiene come la sua nuova generazione di Pfas ancora in uso non si accumula negli esseri umani.

Ma la ricerca ha evidenziato la presenza di più di 12 tipi di composti in circa la metà dei campioni e 16 composti in totale, inclusi diversi attualmente in uso.

Nello specifico, oltre all‘acido perfluoroottanesolfonico (Pfos) e l’acido perfluoroottanoico (Pfoa), le sostanze più presenti, giù riconosciute come molto dannose per la salute, due Pfas a catena corta, inclusi l’acido perfluoro-n-esanoico (PfhxA, C6) e l’acido perfluoro-n-eptanoico (PfhpA, C7), sono stati rilevati nella maggior parte dei campioni

 “Le prove suggeriscono anche che il problema sta peggiorando – scrive il Guardian – lo studio è il primo negli Stati Uniti dal 2005 a controllare i campioni di latte materno e mostra un aumento nella nuova generazione di Pfas, mentre i composti più vecchi che sono stati gradualmente eliminati dall’industria (come il Pfoa, ndr), sono ancora presenti e alcuni a livelli elevati”.

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Il problema dei Pfas nel latte materno però non è una caratteristica solo americana, lo studio ha analizzato anche i dati sul latte materno di tutto il mondo e ha scoperto che la frequenza di rilevamento dei Pfas è in aumento.

Tra i passaggi che gli autori raccomandano alle donne incinte e alle madri di proteggersi sono evitare imballaggi alimentari da asporto antiolio, prodotti antimacchia che si passano sulle superfici in maniera preventiva, indumenti impermeabili che utilizzano Pfas e prodotti da cucina con Teflon o simili proprietà antiaderenti.

Purtroppo, l’ubiquità dei composti li rende quasi impossibili da evitare.

Per Schreder, la soluzione migliore è un divieto virtuale dell’intera classe chimica, comprese quelle che l’industria sostiene non si accumulano così tanto negli esseri umani.

“Lo studio – afferma – fornisce ulteriori prove del fatto che i Pfas che le aziende stanno attualmente utilizzando e inserendo nei prodotti si comportano come quelli che hanno eliminato gradualmente, e stanno anche entrando nel latte materno ed esponendo i bambini in una fase di sviluppo molto vulnerabile”.

 

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