Una scomoda verità sul riscaldamento globale, undici anni dopo il suo esordio con il primo capitolo, Al Gore, ex vicepresidente Usa, torna nelle sale per denunciare gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici.

Diretto da Bonni Cohen e Jon Shenk, il documentario riesamina il decennio trascorso dal primo film al Trattato di Parigi del 2016, facendo del grande schermo lo sfondo di uno scenario quasi apocalittico. Dagli uragani delle Filippine allo scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia, dall’aridità dei terreni in Siria alle strade allagate di Miami Beach, l’impatto dell’uomo sul pianeta è un susseguirsi di immagini raccapriccianti.

Non manca la figura di Donald Trump, emblema di discusse ed azzardate decisioni di politica ambientale: la mancata adesione all’accordo di Parigi sul clima; l’abolizione del Clean Power Plan, piano di investimenti che la precedente amministrazione Obama aveva previsto in materia di energia rinnovabile come l’eolica e la fotovoltaica.

A differenza del primo film, l’ultima opera ha un carattere più personale, con allusioni anche alla campagna elettorale del 2000 contro Bush Jr e alla vita privata di Al Gore che rischierebbero di seppellire la vera dinamica del film.

Nonostante ciò e nonostante una situazione ambientale sull’orlo del baratro, Al Gore sotto i riflettori continua la sua opera di esortazione alla consapevolezza e al cambiamento, lasciando acceso un barlume di speranza verso un futuro (forse) migliore: tra la diffusione delle rinnovabili e la rivoluzione energetica digitale, il destino della terra potrebbe essere diverso. A detta di Gore, l’importante è non abbassare la guardia. E agire in fretta.

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