Ue. Ora che la Gran Bretagna ha ufficialmente “lasciato” l’Europa, c’è un buco da 15 miliardi da colmare (che il Regno Unito versava nelle casse di Bruxelles).

A mettere a paro i conti saranno la plastica e le emissioni.

Lo prevede il progetto di Bilancio Ue 2021-2017, preparato da Charles Michel, l’ex premier belga che ora guida il Consiglio d’Europa.

Ovvero, la cabina di regia dell’Unione europea in quanto riunisce i capi di stato e di governo dei Ventisette.

Alla riunione del 20 febbraio Michel presenterà il suo programma che contiene nuove tasse come quelle su plastica ed emissioni. In prospettiva la “digital tax” e quella sui viaggi aerei.

La tassa digitale è un tema che entra ed esce dal dibattito fiscale.

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Alcuni Stati (come Italia e Francia) l’hanno approvata ma si guardano bene dall’applicarla.

Colpisce soprattutto i giganti del web Usa (Google, Amazon, Microsoft, Facebook) e di rimbalzo la sensibilità di Donald Trump che minaccia ritorsioni.

La tassa sui viaggi aerei, così come quella sulla plastica e sulle emissioni, si inserisce nel progetto del Green Deal che rappresenta il cuore del mandato di Ursula von der Layen.

La transizione ecologica a colpi di tasse. Non proprio l’approccio migliore.

Il bilancio dovrebbe rappresentare il punto di svolta.

Ma certo il dibattito non comincia bene vista la presenza di nuove tasse. Facile immaginare le proteste dell’Italia.

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Una tassa europea da 80 centesimi al chilogrammo che integrerebbe quella italiana (45 centesimi) prevista a partire da luglio.

Per le imprese italiane del settore una bella stangata che mette a rischio cinquantamila posti di lavoro.

Il progetto messo su tavolo da Michel ammonta a 1.095 miliardi pari all’1,074% del Pil europeo.

La richiesta è leggermente inferiore alla proposta della Commissione (1,11%) e dal Parlamento europeo (1,3%).

Ma superiore all’indicazione fornita dalla presidenza finlandese della Ue a fine novembre (1,07%).

Una posizione chiaramente ispirata da Germania e altri Paesi del Nord che non vogliono superare l’1%.
Il balletto delle cifre dimostra la complessità della trattativa.

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Per l’approvazione del bilancio serve l’unanimità degli Stati membri.

Con la fine dei contributi del Regno Unito c’è un buco di circa 15miliardi l’anno. Coprirlo costringerà tutti a pagare di più e ricevere di meno.

Un equilibrio difficile da raggiungere.

Non a caso appena la proposta Michel è finita nelle email delle capitali, diversi diplomatici l’hanno bollata come inaccettabile. «È difficile vedere come questa proposta possa formare la base di un compromesso», spiega uno di loro.

Il gruppo dei quattro sacerdoti dell’austerità -i governi di Olanda, Danimarca, Svezia e Austria – vuole un tetto all’ 1%e considerala proposta Michel «troppo alta».

«La Ue dovrebbe tenere sotto stretto controllo le spese», ha avvertito il premier olandese, Mark Rutte.

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«Le posizioni degli Stati membri sono ancora molto lontane» aggiunge.

Dall’altra parte, i Paesi del «gruppo della coesione» – gran parte dei Paesi del Sud Italia compresa e dell’Est – guarda la proposta Michel con sospetto per i tagli a agricoltura e fondi per le regioni più povere.

I paesi di Visegrad sono contrari alla «condizionalità» che potrebbe tagliare i finanziamenti Ue per i Paesi che non rispettano lo Stato di diritto, su cui insiste in particolare la Germania.

Nella sua proposta Michel ha cercato di accontentare un po’ tutti. Al momento senza molto successo. Soprattutto
se l’esordio avviene sventolando nuove tasse

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