IL 10% DEI TUMORI AI POLMONI E’ ATTRIBUIBILE AL GAS RADON. FONDAMENTALE IL RUOLO DEI GEOLOGI

Radon. Il 10% dei tumori ai polmoni è attribuibile al gas radon con 3.200 casi all’anno.

È quanto emerge dal convegno “Radon rischio geologico dalla terra un pericolo invisibile per la salute: quanti lo conosco”, organizzato dal Consiglio Nazionale dei Geologi al Cnr a Roma.

Il radon, un gas nobile radioattivo naturale; incolore; insapore e inodore, è considerato la seconda causa di tumore ai polmoni dopo il fumo da sigaretta.

Questo gas – ha osservato Alessandro Miani, presidente della Società italiana di medicina ambientale – è un gas radioattivo che si lega al particolato presente negli ambienti indoor e grazie a questo si deposita a livello dei bronchi, bronchioli e alveoli polmonari. Se inalato – prosegue – inizia a decadere rilasciando radiazioni che possono interagire con il Dna cellulare, dando il
via al tumore”.

E proprio della relazione tra Radon e cancro al polmone, ha parlato alla platea Nicola Rotolo, chirurgo del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi dell’Insubria.

“Il cancro del polmone è la prima causa di morte per neoplasia nell’uomo – ha dichiarato Rotolo – le stime registrano un’incidenza di tale malattia in Italia di circa 40.000 nuovi casi ogni anno (11% di tutte le diagnosi di tumore nella popolazione)”.

Negli ultimi anni – ha spiegato ancora il medico – “si è registrato un aumento di casi anche nelle donne fumatrici. Da questi numeri, si deduce come nel corso della vita, un uomo su dieci rischia di ammalarsi di cancro del polmone”.

A questa patologia fanno seguito anche numeri molto alti di mortalità.

In Italia, si registrano infatti circa 35.000 decessi ogni anno. La sopravvivenza a 5 anni dei portatori di questa malattia è del 13%.

“Il più importante fattore di rischio – ha spiegato Rotolo – è il fumo di sigaretta e il secondo, ormai accertato da numerosi studi scientifici eseguiti su larga scala, è l’esposizione al radon (fattore indoor) che incide nel 10% dei casi di tumore del polmone”.

Studi epidemiologici confermano infatti che il radon nelle abitazioni aumenta il rischio di cancro del polmone, incremento stimato in un range tra il 3% e il 14% (in relazione alla concentrazione media del radon nel luogo di esposizione).

Inoltre si è osservato che il rischio di cancro di polmone nei soggetti esposti al radon aumenta esponenzialmente nei fumatori.

La mortalità per cancro del polmone attribuito al radon in Italia è stimata essere intorno ai 5000 casi circa (3500 – 5000) su 35.000 morti per cancro del polmone.

L’arma più importante, al momento, nelle mani degli operatori sanitari (chirurghi e oncologi) – ha concluso il medico – “è la diagnosi precoce che ha lo scopo di diagnosticare la neoplasia in una fase asintomatica e le cure, chirurgiche ai primi stadi, permettono di ottenere una sopravvivenza a 5 anni al di sopra dell’80%”.

“Il problema radon – si legge nel documento prodotto dalla Commissione Ambiente del CNG – è da ascrivere al campo dei rischi geologici poiché la geologia locale, l’interazione tra edificio e sito e l’uso di particolari materiali da costruzione naturali sono gli elementi più rilevanti ai fini della valutazione dell’influenza del radon sulla qualità dell’aria interna alle abitazioni e agli edifici”.

Nel rapporto viene poi sottolineato come “sinora, il problema dell’inquinamento indoor da radon nel nostro Paese è stato gestito da due figure professionali: i medici per l’aspetto sanitario, epidemiologico e i fisici per l’aspetto tecnico legato alle operazioni di misura”.

Un ruolo importante ai fini della prevenzione, lo detengono allora i geologi.

È fondamentale infatti mappare le concentrazioni del gas per far dotare tutte le regioni italiane di un piano di monitoraggio capillare sulle radiazioni da radon.

L’importanza della figura del geologo è data, a differenza dell’Italia, dai paesi esteri nei quali le mappe di rischio sono redatte dai competenti servizi geologici.

“La geologia, scienza che studia la natura del sottosuolo, può contribuire in maniera fondamentale nella riduzione dei rischi causati da tale gas – ha spiegato Vincenzo Giovine, Vice Presidente e Coordinatore della Commissione Ambiente del Consiglio Nazionale dei Geologi – uno studio geologico, condotto a livello territoriale basato sulla distribuzione litologica e stratigrafica dei terreni, permette di definire le aree a maggiore concentrazione di radon. Dalla conoscenza della distribuzione areale e delle concentrazioni – chiarisce il Vice Presidente CNG – è possibile procedere a una programmazione degli interventi utili a mitigare gli effetti dannosi di questo gas. A livello macroscopico, si può indirizzare l’espansione urbanistica verso aree a minor concentrazione e, quindi, a minor rischio, mentre a livello puntuale di singole abitazioni o fabbricati, dopo opportune misurazioni, si possono fornire informazioni che permettano di utilizzare i sistemi più idonei a ridurre e minimizzare la pericolosità del radon. In Italia, considerata la carente situazione a livello di estensione degli studi territoriali, occorre procedere a una mappatura completa del territorio nazionale al fine di completare il quadro delle conoscenze per poi operare, in modo mirato, a porre rimedio al problema”.

 

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