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Tigri, più di 8000 esemplari sono in gabbia. Solo 3900 in libertà

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Tigri. “Ci sono rimaste sì e no una manciata di tigri in libertà. Tutte le altre vivono dentro una gabbia”. A dirlo è il Wwf, la più grande organizzazione mondiale per la conservazione della natura e degli animali.

Nella giungla di mezzo mondo ce ne sono meno di 4mila esemplari, 3.900 per la precisione. La metà (anzi, nemmeno la metà) di quelle che, in Asia, sono private dei loro spostamenti e cioè delle 8mila rinchiuse in qualche recinto protetto.

Cina, Thailandia, Laos e Vietnam hanno il maggior numero di tigri in cattività”, spiegano gli esperti, “e pensiamo che non siano proprio rimaste popolazioni allo stato naturale né in Laos, né in Cambogia né in Vietnam”.

C’è da aggiornare Salgari, altro che Sandokan. Ché qui, tra zoo, safari e centri turistiche, stiamo mandando al macero buona parte dell’ecosistema. Compresi quei felini imponenti, con lo sguardo di ghiaccio e il ruggito immobilizzante.

Ci fanno paura, le tigri.  Sì. Ma la verità è che ne facciamo molta di più noi a loro.

Le stiamo decimando, cioè. Le teniamo “in arresto” come se fossero pericolosi criminali, serrate dentro cuccette di qualche metro quadrato che non sono sufficienti nemmeno a far loro sgranchire le zampe.

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I predatori per antonomasia, assieme ai leoni (altra specie nel mirino:vedi gli “allevamenti intensivi” del Sudafrica che servono solo a tirar su mandrie di animali spaventati da dare in pasto ai cacciatori che si divertono a rincorrerli).

Un business dell’estinzione, magari inconsapevole.

Tu vai in un parco a tema, non ci pensi neppure, e ti fai una foto con la tigre: tanto c’è il vetro di protezione, o una sbarra di ferro. Non rischi niente.

Quello che non sai è che “i cuccioli sono sicuri da accarezzare oda tenere in braccio solo nei primi mesi di vita – come raccontano dal Wwf – quindi molte strutture non appena invecchiano li sostituiscono. Mentre le tigri più anziane spesso vengono narcotizzate ma pungolate con dei bastoni per fare in modo che restino sveglie”.

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Sicuri che le “bestie” siano loro?

Quando a Kanchanaburi, in Thailandia, nel 2016 hanno chiuso Il tempio della tigre, che di tempio non c’aveva un’emerita acca, le autorità si sono trovate a dover gestire 147 animali e a dover cataloga- re quaranta cuccioli morti e congelati, venti conservati sotto formalina, due pelli scuoiate e qualcosa come 1.500 amuleti fatti con i denti. Poi non deve stupire che (parafrasando quel famoso libro di Gino e Miche- le) anche le tigri, nel loro “piccolo”, s’incazzano.

Son pure animali solitari, cribbio. Che se ne stanno per i fatti loro, cacciano nella giungla (è la loro natura), vivono in solitaria.

Le femmine, per esempio, dopo il parto si portano in giro i cuccioli solo per una decina di settimane. A quel punto se la devono cavare da soli, è la vita. Invece no, perché arriviamo noi e facciamo mattanza.

Una decina di anni fa andava pure peggio: ché libere se ne contavano “appena” 3.200.

Ma quali animali selvaggi, di selvaggio c’è solo il trattamento che ricevono.

La settimana scorsa ha fatto tanto scalpore la reazione di Saimai, una tigre dello zoo di Sriraca (sempre in Thailandia) che, un po’ per celia un po’ per noia, ha azzannato dei maialini che qualche maldestro custode gli aveva messo davanti.

Ne è venuto fuori un putiferio che la metà basta, come se fosse colpa di questo felino ingabbiato.

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Bracconaggio, foreste distrutte e commercio illegale di pelli (e addirittura di ossa) fanno il resto: le tigri, signori, ci stanno scomparendo da sotto il naso.

In un secolo il 97% è già scomparso, l’uomo ha cancellato il 95% del loro habitat naturale i biologi dicono che bisognerebbe almeno raddoppiare il numero di quelle esistenti ora e in libertà entro il 2022.

Ma il 2022 è dietro l’angolo e non sembra proprio questa la strada intrapresa.

Il traffico sottobanco di animali selvatici, tra l’altro, è un problema serio: è il quarto a livello mondiale (dopo droga, tratta di esseri umani e contraffazione).

Al mercato nero una tigre può valere anche 150 mila dollari. Resta il fatto che a pensarle così, vien da chiedersi cosa abbiano fatto di male.

 

 

Photo by Vlad Tchompalov on Unsplash

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