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Thomas Torelli a TeleAmbiente: “La felicità dipende da noi stessi, siamo interconnessi con la Terra. Il cibo non può essere solo industria”

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Saper trovare la felicità anche nei momenti peggiori, rispettare le connessioni con la natura e acquisire consapevolezza sulle scelte alimentari. Sono tutti argomenti affrontati da Thomas Torelli nei suoi libri e documentari: lo scrittore, regista e produttore romano ne parla a TeleAmbiente.

Partiamo dal Suo ultimo lavoro, ‘Il sentiero della gioia’, un libro e un documentario realizzato anche grazie al crowdfunding su Produzioni dal basso. Si tratta di una sorta di guida per raggiungere la felicità: come riuscire a ritrovarla, anche dopo un anno e mezzo di pandemia che ha stravolto le vite di tutti?

Il primo grande insegnamento è che la felicità non è data da ciò che ci succede, ma da come noi lo percepiamo. Il Mahatma Gandhi diceva che la vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia. Non ci sarà mai un periodo in cui tutto andrà necessariamente bene, pensiamo al Tao, il simbolo più antico che rappresenta la nostra civiltà, che è l’armonia degli opposti.

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Dobbiamo comprendere che la felicità deriva non da ciò che ci succede, ma dal lavoro che dobbiamo fare su noi stessi interiormente. Questo è il messaggio a grandi linee, che nel libro viene spiegato in maniera approfondita e più progressiva. Nel documentario lo raccontiamo attraverso il punto di vista di filosofi, medici, scienziati e anche tre storie vere di persone comuni che sono riuscite a trasformare in opportunità una situazione che sembrava disperata“.

Lei ha anche lanciato il progetto della web tv ‘Un altro mondo’, che ha come mission diffondere gioia, consapevolezza e conoscenza e che prende il nome da un altro suo lavoro, acclamato dalla critica e pluripremiato in tutto il mondo. Nel film viene dimostrato che nel mondo siamo tutti scientificamente collegati: cosa vuol dire questo concetto?

Siamo eternamente connessi gli uni agli altri e con la natura, siamo parte di un’infinita rete di collegamenti che ci connette costantemente. Galileo Galilei diceva che le cose sono unite da legami invisibili e che non si può cogliere un fiore senza turbare una stella. Dobbiamo prenderne coscienza, è un gesto rivoluzionario per due motivi. Il primo: se ci sentiamo parte dell’altro, non potremo mai far male a nessuno e questo lo vediamo nella scienza antica e di oggi, come la fisica quantistica. Noi possiamo percepire solo il 3% della realtà, il restante 97% è un campo di energia che ci sfugge ma che ci connette. Abbiamo perso la capacità di percepire col cuore e con l’intuito ciò che ci circonda, i popoli ancestrali invece hanno ancora questa capacità e hanno una serie di saluti e rituali che ricordano questo genere di connessioni. Un saluto Maya recita: ‘io sono un altro te stesso’.

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Se ognuno di noi si riconoscesse nell’altro, ci sarebbe il germe della pace. I nativi americani dicevano ‘a tutte le nostre infinite relazioni’, intendendole con tutto ciò che ci circonda a cominciare dalla natura. Se ci sentissimo davvero parte, non distruggeremmo l’ambiente che ci circonda. Un capo Sioux, scrivendo ad un presidente degli Stati Uniti, disse una volta che l’uomo, sentendosi al di sopra di questa connessione, rischia di fare danni incredibili. Questo ci insegna che dobbiamo trattare la Terra come se ci fosse stata prestata da nostro figlio per poi restituirla alle generazioni successive. Per questo tutti i popoli ancestrali usano l’espressione ‘Madre Terra’, si pensi a ‘Pachamama’, utilizzato nelle Ande. Noi dipendiamo dalla Terra, dobbiamo cambiare modello e rimettere al centro il bene comune al posto del bene di pochi“.

Nel 2017, con il documentario ‘Food ReLOVution’, fu messo in evidenza un concetto importante: “Tutto ciò che mangiamo ha una sua conseguenza”. Gli argomenti affrontati erano questioni ambientali, salutiste, etiche e sociali. È possibile, per ciascuno di noi nel proprio piccolo, essere autori di una piccola rivoluzione attraverso le scelte alimentari?

Le scelte alimentari sono le prime che ci permettono di riconnetterci con la natura. Dobbiamo renderci conto che il cibo non può essere trattato come un prodotto industriale, l’industria animale ad esempio viene assimilata a quella automobilistica ma questo è assurdo. Non dobbiamo scegliere necessariamente un regime alimentare, ma occorre farlo con consapevolezza. Dobbiamo anche ritornare ad una produzione autonoma e ad una agricoltura casilinga, chi può dovrebbe farsi l’orto: io, ad esempio, lo faccio e cerco di farmi anche il vino. Fino al 1850 l’uomo non ha mai ingerito prodotti chimici, ora sul mercato ce ne sono più di 200mila e molti di questi non sono neanche testati. Non sappiamo che effetti possano avere sull’uomo, ma a lungo termine costituiscono un pericolo. I nostri nonni erano abituati ad una alimentazione più casalinga, dovremmo tornare a quelle abitudini, farebbero bene a noi e alla Terra“.

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