Taranto, la storia di una città divisa tra salute e lavoro. Intervista esclusiva ad Alessandro Marescotti

La storia di una città divisa tra salute e lavoro, una convivenza forzata con la più grande acciaieria d’Europa e la scelta di produrre a tutti i costi.  Alessandro Marescotti, fondatore e presidente dell’associazione PeaceLink, racconta in esclusiva a TeleAmbiente quello che sta succedendo a Taranto, la città dei due mari, costretta a combattere ogni giorno con le conseguenze legate all’attività del centro siderurgico ex-Ilva. 

Il sindaco di Taranto Melucci ha firmato la revoca delle ordinanze di chiusura di due scuole del rione Tamburi. L’attività, sospesa il 2 marzo scorso a causa della vicinanza alle collinette ecologiche dell’ex Ilva sequestrate per problemi di inquinamento, riprenderà regolarmente per tutto l’anno scolastico. Questo vuol dire che non c’è più il rischio che si ripresenti una situazione simile?

Queste collinette cosiddette “ecologiche” sono piene di rifiuti sporchi e pericolosi ma sono solamente uno degli elementi di rischio, altri sono connessi al quartiere Tamburi e alle scuole: il vero problema è la vicinanza di queste rispetto al centro siderurgico, o meglio, la vicinanza del centro siderurgico alle scuole perché costruito dopo rispetto al quartiere Tamburi. Soprattutto nei giorni in cui il vento soffia dall’area industriale verso la città, si evidenzia una situazione di rischio. Ed è questo il problema che ancora non è stato risolto e che richiede grande attenzione perché parliamo di bambini che sono in una fase delicatissima dello sviluppo.

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E non è stato ancora risolto il problema dei cosiddetti wind day, i giorni in cui il vento porta sostanze nocive, cancerogene e anche neurotossiche verso l’abitato e le scuole.  Probabilmente bisogna anche fare in modo che la popolazione e le scuole vengono informate in tempo reale, con misurazioni real time, di quelli che sono i livelli per capire quando rimanere in casa e quando non aprire le finestre.  E’ una situazione di difficile convivenza forzata che non giova certamente alla tranquillità della popolazione, ed è la ragione per cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato lo Stato Italiano per non aver protetto adeguatamente la popolazione.

C’è stato un altro incontro tra l’azienda Arcelor Mittal che ora gestisce l’acciaieria e i sindacati: cosa chiedono i dipendenti del siderurgico di Taranto e perché centinaia di posti di lavoro sono a rischio.

Il vero problema è che questa fabbrica non potrà dare sicurezza ai lavoratori a lungo termine; le oscillazioni del mercato e i processi di automazione industriale tenderanno inevitabilmente ad espellere forza-lavoro e a rendere precaria la situazione di migliaia di lavoratori. Il mondo sta andando verso un’automazione sempre più spinta dei processi di produzione dell’acciaio e, in questo momento, ma anche in altri in passato, non c’è una richiesta di acciaio tale da poter incrementare la produzione e occupare tutti. Ma la cosa paradossale è che, qualora ci fosse una richiesta aumentata di acciaio e si desse lavoro a tutti, avremmo un incremento intollerabile di emissioni e quindi avremmo tutelato il lavoro ma non la salute dei cittadini.

C’è questa dicotomia che purtroppo attanaglia il siderurgico di Taranto: se si superano certi livelli produttivi si crea lavoro ma si mette a rischio la salute, se si vuole invece tutelare la salute bisogna avere livelli produttivi più bassi e comunque, anche se si dovesse arrivare a un volume produttivo superiore, lo ripeto ancora una volta, con i processi di automazione che stanno attraversando la siderurgia, migliaia e migliaia di lavoratori saranno considerati in esubero. Questo modello di sviluppo basato sull’acciaio non garantisce il lavoro e bisogna diversificare lo sviluppo e pensare a una seria rifondazione dell’economia di Taranto.

Proprio nella scelta tra salute e lavoro, in particolar modo facendo riferimento ai dati epidemiologici dell’ultimo rapporto Sentieri, di industria si muore, ci si ammala già in fase prenatale. Sono bambini e ragazzi a pagare il prezzo più alto dell’inquinamento.  Oltre alle morti bianche, 8 sono i caduti sul lavoro negli ultimi anni per infortunio. Come si può intervenire per superare queste dicotomia e soprattutto cosa chiede l’associazione PeaceLink al governo.

Noi chiediamo che venga fatta una valutazione preventiva del danno sanitario e che si possa comprendere ai diversi assetti produttivi, 6 milioni di tonnellate o 8 milioni di tonnellate di acciaio, con un certo tipo di tecnologia, con impianti non a norma come sono attualmente,  quali sono gli impatti che ci possono essere sulla salute della popolazione.

Questo è importante saperlo prima perché altrimenti si dà incarico, come è stato ad Arcelor Mittal, di produrre in una condizione piena di incognite per la salute della popolazione. Da questo punto di vista lo Stato ha una grande colpa, cioè quella di continuare a dare prosecuzione all’attività produttiva che la magistratura aveva considerato pericolosa, senza gli opportuni strumenti di misurazione e di prevenzione.

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E scopriremo tra alcuni anni quelli che sono i risultati di questo esperimento chimico. Perché stiamo conducendo un esperimento chimico sulla popolazione. Non è tollerabile, anche ai fini proprio del concetto elementare di diritti umani, che si conduca un esperimento senza conoscerne preventivamente gli esiti, senza informare la popolazione di quelli che possono essere i rischi.

Attualmente c’è una politica che tende a dare messaggi ottimistici, ma la scienza no: come è stato detto prima, i dati dello studio epidemiologico Sentieri evidenziano delle gravi criticità. L’ultima è quella dei 100 bambini nati malformati e di quelli con quozienti di intelligenza più bassi man mano che ci si avvicina al polo produttivo. E’ intollerabile venire a sapere dopo anni che questa situazione di inquinamento era associata a questo tipo di effetti sulla salute, effetti che si possono trasmettere da una generazione all’altra. Una storia mostruosa che sta proseguendo.

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Dovremmo puntare invece maggiormente sul concetto di prevenzione e sul concetto di tutela mentre invece questi due concetti sembrano ancora essere messi in ombra da un’altra scelta che è quella di produrre a tutti i costi.

 

Chi è Alessandro Marescotti

Nato nel 1958 a Taranto, insegna in una scuola media superiore. Nel 1991 ha fondato PeaceLink, una rete telematica ecopacifista di cui è presidente. Ha scritto il libro “Telematica per la pace” (Apogeo, 1996) con Carlo Gubitosa ed Enrico Marcandalli e “Apri una finestra sul mondo” (Multimage, 1997) con il missionario Renato Kizito Sesana, Enrico Marcandalli e i suoi studenti. Assieme al figlio Daniele ho elaborato un testo dal titolo “Storia della pace” (è un e-book scaricabile da www.peacelink.it/storia). Dal 2005 si occupa dell’inquinamento da diossina della sua città Taranto. Con i suoi studenti ha proposto nel 2011 un legge per la certificazione degli alimenti “dioxin free”. In questi anni si è occupato in particolare di cittadinanza attiva e di democrazia elettronica. Recentemente ha ritirato a Ravenna un “Premio Honoris Causa” per Giornalismo d’Inchiesta.

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