Tap, la procura di Lecce chiude le indagini: 18 persone coinvolte per reati ambientali

Opere eseguite in assenza di alcune autorizzazioni, inquinamento della falda acquifera, abusi edilizi e danneggiamento: sono sette le ipotesi contestate dalla procura di Lecce a 19 indagati (18 persone fisiche e la società Tap) nell’ambito di una seconda inchiesta sulla realizzazione del gasdotto che porterà in Italia il gas dell’Azerbaijan, con approdo a Melendugno, in provincia di Lecce. 

La Procura di Lecce ha chiuso le indagini nei confronti di 18 persone e della società Trans Adriatic Pipeline Ag Italia (Tap) accusate di aver realizzato il gasdotto su aree sottoposte a vincolo paesaggistico senza autorizzazioni e di sversamento di acque reflue industriali che avrebbero contaminato con sostanze pericolose la falda acquifere.

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Nell’inchiesta, coordinata dal procuratore Leonardo Leone de Castris e dal sostituto Valeria Farina Valaori, sono indagati il legale rappresentante di Tap Michele Mario Elia e il project manager della società, responsabile in materia ambientale, Gabriele Paolo Lanza, i dirigenti della società Saipem, appaltatrice dei lavori di costruzione del microtunnel e del tratto di condotta offshore Albania-Italia, i titolari delle aziende appaltatrici e subappaltatrici dei lavori di incappucciamento, espianto e trasporti degli ulivi, installazione e montaggio della recinzione, realizzazione del pozzo di spinta, preparazione delle aree di cantiere, impermeabilizzazione delle vasche per lo smaltimento di materiale da demolizione, fornitura in opera di calcestruzzo.

I fatti contestati risalgono al periodo compreso tra novembre 2016 a luglio 2019. In particolare agli indagati, ciascuno per le proprie mansioni, si contesta di aver iniziato e proseguito “le opere di realizzazione del teatro italiano del gasdotto marino e terrestre tap, anche su aree sottoposte a vincolo paesaggistico e vincolo idrogeologico e dichiarata in zone agricole di notevole interesse pubblico, in assenza di autorizzazioni ambientali, idrogeologiche, paesaggistiche ed edilizie”.

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I magistrati salentini contestano ancora agli indagati di aver espiantato ulivi “in periodo diverso da quello autorizzato”, di non aver completato la impermeabilizzazione delle aree, contaminando così la falda, il pozzo di spinta e la vasca di raccolta delle acque piovane con cromo esavalente, oltre a contaminare la falda con nichel, manganese, arsenico, azoto nitroso e cromo esavalente.

Tra le accuse c’è anche quella relativa allo spianamento di un’area larga circa 7 metri “con estirpazione di macchia mediterranea e una recensione con blocchi prefabbricati rete metallica, propedeutica all’espianto di olivi”. Ai dirigenti Tap Elia e Lanza, ai direttore dei lavori Marco Paoluzzi e al titolare esecutrice dei lavori, Alessandro Niccoli, si contesta infine di aver realizzato una “recinzione con jersey in cemento, rete metallica e filo spinato su una superficie di circa 20.000 mq”, con “rimozione di pietre e rocce affioranti” in assenza della prescritta autorizzazione paesaggistica.

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