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Svimez, sud in “recessione”. Puntare sul Mezzogiorno come ‘piattaforma verde del Paese’

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Svimez. Si allarga sempre di più il divario tra il Centro-Nord ed il Sud, che con un Pil stimato in calo dello 0,2% (a fronte del +0,3% del Centro-Nord) entra in “recessione”.

A dirlo il Rapporto di Svimez 2019 che segnala per il 2020 una “debole ripresa” con il Mezzogiorno che crescerà non oltre lo 0,2%.

La riapertura del divario Centro-Nord – Mezzogiorno riguarda i consumi, soprattutto nella PA.

Crollano infatti gli investimenti pubblici.

Nel 2018, stima SVIMEZ, la spesa in conto capitale è scesa al sud da 10,4 a 10,3 miliardi, nello stesso periodo al Centro Nord è salita da 22,2 a 24,3.

Gli investimenti restano la componente più dinamica della domanda interna (+3,1% nel 2018 nel Mezzogiorno, a fronte del +3,5% del Centro Nord).

In particolare crescono gli investimenti in costruzioni (+5,3%), mentre si sono fermati quelli in macchinari e attrezzature (+0,1% contro +4,8% del Centro Nord).

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Male l’agricoltura al sud, bene il terziario, mentre l’industria stenta.

Il valore aggiunto dell’agricoltura è calato nel 2018 al sud di -2,7%, nel Centro Nord è aumentato di +3,3%.

Il valore aggiunto dell’industria in senso stretto è aumentato di +1,4% nel 2018 al Sud, in calo rispetto al 2017 (+2,7%).

Il valore del terziario al Sud nel 2018 è aumentato di +0,5%, meno che al Centro Nord (+0,7%).

 

Crisi demografica e popolazione in calo

La popolazione dell’Italia ha smesso di crescere dal 2015, da quando continua a calare a ritmi crescenti, soprattutto nel Mezzogiorno.

Dall’inizio del secolo a oggi la popolazione meridionale è cresciuta di soli 81 mila abitanti, a fronte di circa 3.300.000 al Centro-Nord.

Nello stesso periodo la popolazione autoctona del Sud è diminuita di 642.000 unità, mentre al Nord è cresciuta di 85.000.

Nel corso dei prossimi 50 anni il Sud perderà 5 milioni di residenti: -1,2 milioni sono giovani e -5,3 milioni persone in età da lavoro. A fronte di un Centro-Nord che conterrà le perdite a 1,5 milioni.

II Mezzogiorno continua anche a perdere giovani fino a 14 anni (-1.046 mila) e popolazione attiva in età da lavoro da 15 a 64 anni (-5.095 mila) per il calo delle nascite e la continua perdita migratoria.

Il saldo migratorio verso l’estero ha raggiunto i -50mila nel Centro-Nord e i -22 mila nel Sud.

Dall’inizio del nuovo secolo hanno lasciato il Mezzogiorno 2.015 mila residenti, la metà giovani fìno a 34 anni, quasi un quinto laureati. Un’alternativa all’emigrazione è il pendolarismo di lungo periodo, che nel 2018 dal Mezzogiorno ha interessato circa 236 mila persone (10,300 del totale).

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II mondo del lavoro tra donne senza occupazione e working poor

Le regioni meridionali sono agli ultimi posti in Europa per tasso di attività e occupazione femminile: nel 2018 il Sud ha perduto ulteriore terreno, superata perfìno da Ceuta e Melilla, dalla Guyane francese e dalla Macedonia.

La bassa occupazione delle donne meridionali riflette anche la carenza di domanda di lavoro e ciò spiega perché il tasso di disoccupazione femminile al Sud sia intorno al 20% su valori più che doppi rispetto al Centro-Nord.

La gravissima emergenza riguarda soprattutto le giovani tra 15 e 34 anni, che si sono ridotte di oltre 769 mila unità. Aumenta signifìcativamente per le donne il part time (+22,8%) mentre cala il lavoro a tempo pieno (-l,3%).

Reddito di Cittadinanza, impatto nullo sul mercato del lavoro

La SVIMEZ giudica utile il Reddito di cittadinanza ma la povertà non si combatte solo con un contributo monetario, occorre ridefìnire le politiche di welfare ed estendere a tutti in egual misura i diritti di cittadinanza. Peraltro l’impatto del RdC sul mercato del lavoro è nullo, in quanto la misura, invece di richiamare persone in cerca di occupazione, le sta allontanando dal mercato del lavoro.

 

Il divario territoriale nei servizi pubblici, a partire dalla sanità e dalla scuola

Al Sud sono scarsi i servizi a cittadini e imprese.

La spesa pro capite delle Amministrazioni pubbliche è pari nel 2017 a 1 1.309 nel Mezzogiorno e a 14.168 nel Centro-Nord. Un divario che è cresciuto negli anni Duemila.

Lo svantaggio meridionale è molto marcato per la spesa relativa a formazione e ricerca e sviluppo e cultura.

Continua l’emigrazione ospedaliera verso le regioni del Centro-Nord: circa il 10% dei ricoverati per interventi chirurgici acuti si sposta dal Sud verso altre regioni.

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Grave il ritardo nei servizi per l’infanzia.

La spesa in istruzione in Italia si riduce con una flessione del 15% a livello nazionale, di cui il 19% nel Mezzogiorno e il 13% nel Centro-Nord.

Le differenze Nord/Sud riguardano soprattutto l’offerta di scuole per l’infanzia e la formazione universitaria.

Nel Mezzogiorno solo poco più di 3 diplomati e 4 laureati su 10 sono occupati da uno a tre anni dopo aver conseguito il titolo. Prosegue l’abbandono scolastico, nel 2018 gli early leavers meridionali erano i1 18,8% a fronte dell’11,7% delle regioni del Centro-Nord.

Per di più al Sud il 56% delle scuole ha bisogno di manutenzione urgente.

L’allarme è accolto dal premier Conte che osserva che “la crisi occupazionale è un’emergenza nazionale” ma avverte che “se riparte il Sud riparte l’Italia” e annuncia che “a fine anno sarà varato il piano per il Sud” invitando a “valutare nel lungo periodo” il reddito di cittadinanza che, per Svimez ha un “impatto nullo” sul lavoro.

“Col ministro per il Mezzogiorno Provenzano – ha aggiunto Conte – stiamo lavorando alla realizzazione di una task-force in modo da de-finanziare programmi privi di progetto, acquisire dati trasparenti e chiari dalle amministrazioni. Forniremo assistenza tecnica dalla progettazione alla realizzazione, ma vogliamo un confronto serio e trasparente”.

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Per il Ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, il Rapporto “è la radiografia di una frattura
profonda, trascurata in decenni di disinvestimento pubblico nel Mezzogiorno che hanno prodotto, con la sofferenza sociale e l’arretramento produttivo nell’area, un indebolimento dell’Italia nello scenario europeo e la rottura dell’equilibrio demografico”.

“Ma queste analisi – prosegue – non devono indurre allo scoraggiamento, devono spingere a un impegno ancora maggiore che deve investire l’intero governo, a un’urgenza condivisa. Perché il Rapporto Svimez non è solo un grido di dolore, va letto per intero, indica politiche di cambiamento possibile e di rilancio dello sviluppo, nell’interesse dell’intero Paese”.

Per Svimez infine, è necessario “puntare sul Sud come ‘piattaforma verde del Paese’. La bioeconomia meridionale si può valutare tra i 50 e i 60 miliardi di euro, equivalenti a un peso tra il 15% e il 18% di quello nazionale”.

Il direttore Luca Bianchi invita a vedere nel “Green New Deal un’opportunità di rinascita economica del Mezzogiorno”, che può fare da “piattaforma green del Paese”.

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