Home Attualità La strage di Piazza Fontana, 50 anni dopo, tragedia senza più memoria

La strage di Piazza Fontana, 50 anni dopo, tragedia senza più memoria

Cinquant’anni fa l’esplosione della bomba che uccise 17 persone e che segnò in Italia l’inizio della stagione del terrorismo e della strategia della tensione. Questa sera ore 21:30 una puntata speciale su TeleAmbiente con Davide Conti, storico e saggista e intervento di Guido Pollice.

Mentre tutte le altre agenzie milanesi ormai stavano chiudendo gli sportelli, come al solito, la Banca Nazionale dell’Agricoltura era gremita di tanta gente, arrivata anche dalla provincia per le ultime operazioni bancarie. Alle ore 16.37 del 12 dicembre 1969, l’ esplosione potente e improvvisa, praticamente distrusse tutto l’androne ottagonale della banca di piazza Fontana.

Fu una vera strage. 13 morti subito accertati e 84 feriti molti dei quali in gravi condizioni (ne sarebbero poi morti 4 portando l’eccidio a 17 morti).
Di lì a pochi minuti, alle 16.55, una bomba esplose nella sede alla BNL di via Veneto a Roma, mentre subito dopo ne venne trovata, sempre a Milano, alla sede della Banca Commerciale, e che sarebbe dovuta esplodere subito dopo di quella di piazza Fontana.

Alle 17 ancora a Roma, una bomba sarebbe esplosa all’altare della Patria in piazza Venezia, e un’altra ancora, lì vicino, al museo del Risorgimento, causando in tutto 16 feriti.
Fu una giornata tragica eppure dimenticata. Con quella sequenza imprevedibile di attentati e di lutti, sarebbe nata ufficialmente la Strategia della tensione, una stagione durata quasi venti anni di altri attentati (tra cui alla stazione di Bologna nel 1980 e nell’ultimo episodio, la strage di natale sul rapido 904 nel 1984.

Furono anni di depistaggi, servizi segreti deviati, coinvolgimenti di pezzi dell’apparato dello Stato, in quella che venne definita la Notte della Repubblica. Stagione tra le più tormentate e difficili, cui scontri di piazza e manifestazioni operaie,, sindacali e giovanili divennero quasi quotidiane, sfociando poi nel terrorismo rosso e nero che ci porteremo dietro fino all’inizio del terzo millennio, fino all’omicidio dell’agente della Polfer, Emanuele Petri (2 marzo 2003).

Gli inquirenti seguirono subito la pista anarchica. Vennero subito arrestati Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda. Tre giorni dopo l’arresto Pinelli volò giù dal quinto piano della Questura di Milano, schiantandosi al suolo, scatenando immediatamente le proteste della sinistra e dei sindacati.
Apparve subito ai più come una morte annunciata. Ci furono violente proteste e sconti di piazza che attraversarono tutto il paese. Per la Questura si era trattato di suicidio. Per la piazza fu omicidio. La magistratura chiuse l’indagine parlando di “improvviso malore”.

Sul banco degli imputati venne portato il commissario Luigi Calabresi, vice capo dell’ufficio politico della Questura di Milano e che aveva eseguito gli arresti dei due anarchici.
Contro Calabresi, negli anni a seguire si scatenò, una vera campagna di denigrazione e di odio. Anche perché le autorità non riuscirono mai a spiegare compiutamente e con chiarezza la dinamica dei fatti. Un po’ come nella vicenda di David Rossi al MPS di Siena. Con la differenza che Pinelli era sotto interrogatorio, e quindi sotto la tutela e responsabilità, della Questura di Milano.


Epilogo di questa vicenda fu altrettanto tragico. Il commissario Calabresi venne freddato a colpi di pistola il 17 maggio 1972. Aveva 34 anni, lasciò moglie e due giovani figli, uno di questi Mario, è l’attuale direttore della Repubblica.

Le indagini condotte nel tempo, avrebbero avuto una clamorosa conclusione con l’arresto e il rinvio a giudizio di quattro esponenti di Lotta Continua, Ovidio Bompressi, Leonardo Marino, come esecutori materiali dell’omicidio e Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri come mandanti.
Tutti e quattro vennero condannati in via definitiva. Pietrostefani e Sofri si proclamarono sempre innocenti, riconoscendo una sorta di paternità culturale, ma non certamente materiale.

Tornando alla strage di piazza Fontana, apparve chiaro, e poi i fatti lo avrebbero confermato, che a causare quegli eccidi erano stati gruppi eversivi di estrema destra. Il vero movente era quello di spingere il democristiano Mariano Rumor, presidente del Consiglio, a imporre lo stato di emergenza nel Paese, per facilitare l’insediamento di un governo autoritario. Come accertato dalla Commissione parlamentare Stragi, erano state seriamente progettate in quegli anni, anche in concomitanza con la strage, delle ipotesi golpiste per frenare lo “strapotere” sindacale e la crescita delle sinistre, viste come un pericolo comunista,che avrebbe potuto travolgere lo stato di diritto.

Sulla strage di piazza Fontana sarebbero stati celebrati dieci processi, con depistaggi, fughe all’estero di imputati, latitanze più che decennali, condanne, assoluzioni. Scarcerato Pietro Valpreda, ritenuto del tutto estraneo ai fatti, sarebbero stati arrestati i due neonazisti veneti Franco Freda e Giovanni Ventura, condannati all’ergastolo in primo grado nel processo di Catanzaro, poi però assolti in appello, per insufficienza di prove, nei due gradi successivi.

In tutti e tre i gradi di giudizio emersero palesi le responsabilità, poi confermate da nuove prove, quando però orami i due esponenti di Ordine Nuovo, Freda e e Ventura assolti in via definitiva non potevano più essere condannati (Corte di Cassazione, sentenza del 2005)
Nelle successive e reiterate indagini, vennero arrestati i neonazisti Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi, poi però tutti assolti per insufficienza di prove.

Una strage rimasta senza una sentenza di condanna, ma con la certezza di chi l’aveva compiuta. Per la cronaca i famigliari degli assassinati di piazza Fontana vennero anche addebitate le spese processuali.
Vergogna!

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