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Stop alla moda usa e getta! Il costo ambientale della fast fashion

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Il settore della moda è il principale inquinatore e produttore di gas serra al mondo. Il modello economico della fast fashion, ovvero moda veloce, vede l’abbigliamento come un bene da gettare via dopo un breve utilizzo. Dalla fase di produzione degli abiti a quella dello smaltimento dei rifiuti vestirsi è diventato un problema e a pagarne le conseguenze è l’ambiente.

Durante un convegno organizzato dal Business of fashion nel 2017, Li Edelkoort, creatrice olandese di trend di moda e design, nel suo “Anti fashion: A manifesto for the next decade”,  provoca l’industria della moda sul tema della fast fashion, termine moderno per esprimere un fenomeno che passa rapidamente e influenza le attuali tendenze della moda, con una produzione di 52 micro-stagioni annuali ad un costo troppo altro per il pianeta.

A questo settore purtroppo sono attribuite il 20% dello spreco dell’acqua, il 10% delle emissioni di anidride carbonica, oltre all’aumento dell’uso di insetticidi e pesticidi (24% e 11%) nelle coltivazioni di cotone, rendendo il settore tessile tra i più inquinanti al mondo.

Ma non finisce qui. L’estrema quantità di abiti creati e la velocità con la quale essi vengono distribuiti e utilizzati, hanno triplicato il loro acquisto rispetto a cinquant’anni fa, portando le industrie a voler creare abiti sempre più velocemente con qualità più scadente e prezzi ridotti.

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Questi capi non vengono però riciclati e il loro impatto sull’ambiente è devastante. Secondo le Nazioni Unite l’85% dei vestiti prodotti finisce in discarica e solo l’1% viene riciclato. Un dato che diventa ancora più significativo se si considera che rispetto al 2000 il consumatore medio acquista il 60% di abiti in più. Senza dimenticare che il settore della moda vale 2,5 migliaia di miliardi di dollari a livello globale. Con queste informazioni possiamo quindi dire che l’industria della moda in quanto ad inquinamento è seconda dopo l’industria di petrolio e gas.

Come combattere la fast fashion?

Fondamentale è l’informazione su questo tema e su cosa c’è dietro a un capo: che valore ha ciò che stiamo acquistando e perché ha un prezzo così basso? Non si tratta di un’occasione ma di una scelta sbagliata, che dietro al prezzo ridotto c’è un prezzo molto alto che viene pagato dallo sfruttamento dei lavoratori e dall’ambiente.  

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L’Ong Mani Tese ha lanciato una campagna di sensibilizzazione sui problemi legati proprio al consumo di abbigliamento legato alla fast fashion. Si chiamaPrezzi dell’altro mondo”, un negozio di abbigliamento online con capi di abbigliamento a prezzi stracciati. Ma su questo e-commerce al momento dell’acquisto qualcosa cambia.

Se stiamo ad esempio una maglia aderente a soli 4,90 euro, la schermata successiva ci mostra qual è il vero prezzo di quell’indumento, costi aggiuntivi che danno un’idea dell’impatto umano e ambientale della produzione tessile. Dalla produzione di rifiuti, emissioni di gas serra alla violazione di diritti umani, sfruttamento di lavoratori e lavoratrici. Quella maglia alla fine ci costerebbe 744,90 euro. Il sito si rivolge soprattutto ai giovani che acquistano abitualmente vestiti online. “Un modello completamente insostenibile, sia dal punto di vista sociale che da quello ambientale, che amplifica a dismisura le problematiche che già caratterizzano l’intera industria dell’abbigliamento”, afferma l’Ong Mani Tese.

Uno dei segnali che fa ben sperare è una maggior coscienza da parte dei consumatori ma anche il ruolo e il percorso che le aziende stanno intraprendendo negli ultimi anni, a favore del settore della moda sostenibile.

Esperienza degna di nota è quella di Miroglio Textile, società promotrice dell’evento “Rethinking Fashion Sustainability”, che ha investito nelle nuove tecnologie ed è pioniera della stampa digitale per i tessuti. Una tecnica che permette un risparmio del 50% di acqua e inchiostro e consente a Miroglio Textile di fregiarsi della sigla Detox di Greenpeace con un protocollo più restrittivo rispetto a quello previsto dalla legge italiana.

Ma sono tante le aziende Made in Italy che investono su una filiera green, trasparente e sostenibile, per la produzione dei loro capi. Ecco alcune esempi:

1)I jeans ecologici di un’azienda di Bergamo Par.co Denim, solo cotone biologico per ridurre nettamente le emissioni e i consumi di acqua, eliminare le sostanze tossiche e pericolose e rendere i capi più salutari per chi li indossa

2) L’azienda di Prato Rifò produce capi con materiali riciclabili e attraverso fibre tessili rigenerate

3) Il brand Soulwaves produce capi realizzati con materiali organici, grafiche e  messaggi etici da indossare e raccontare

4) Miomojo realizza borse e accessori con scarti di mela e pelle di cactus.


Di Beatrice Soverini

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