La decisione presa dal Comitato interministeriale per la Transizione ecologica non accontenta tutti. Arrigoni (Lega): “Un grave errore”

Dal 2035 non sarà più possibile acquistare automobili con motore a combustione. Lo stop a diesel e benzina è stato deciso dal Comitato interministeriale per la Transizione ecologica (Cite) e rientra nelle politiche di tagli alle emissioni di gas serra necessari per combattere i cambiamenti climatici.

Dopo il 2035, dunque, non sarà più possibile acquistare auto nuove a motore a combustione ma quelle acquistate fino a quel momento potranno circolare liberamente fino a futura decisione contraria.

L’Italia non è il primo Paese europeo a scegliere di vietare la commercializzazione di automobili nuove a motore a combustione. Lo stesso hanno già fatto Spagna, Francia e altri Paesi membri.

“Ci siamo mossi perché non possiamo permetterci di perdere la corsa all’innovazione nella mobilità”, ha dichiarato al quotidiano La Stampa il ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili Enrico Giovannini che, insieme al ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani e al ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, fa parte del Cite.

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“La transizione ecologica – ha dichiarato Giovannini – è la strada lungo la quale crescerà l’economia nei prossimi decenni. La transizione deve stimolare la crescita. Abbiamo avviato un processo che dura 15 anni su cui si dovrà esprimere il Parlamento. Abbiamo fatto chiarezza sui tempi, come ci chiedevano gli stessi costruttori”.

Bisogna dunque “guardare all’intera filiera automotive: chi costruisce marmitte potrebbe lavorare domani nella produzione delle decine di migliaia di autobus ecologici di cui avremo bisogno per sostituire gli attuali. Con il Pnrr finanziamo il rinnovo degli autobus con oltre 2,5 miliardi, cui si aggiungono i 300 milioni per progetti volti a far crescere le filiere italiane”. 

Una decisione, quella dei Cite, che non basta da sola a raggiungere gli obiettivi che l’Italia e l’Europa si sono date. Come ad esempio il pacchetto Fit for 55 sancito dall’Unione europea che sancisce di tagliare del 55%, rispetto ai livelli del 1990, le emissioni di gas serra entro il 2030. Dunque cinque anni prima dell’entrata in vigore della nuova norma sullo stop alla vendita di auto a diesel e benzina.

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Stop alle auto a benzina e diesel nel 2035: le reazioni

Lo stop alle auto a combustione entro il 2035 non è stato accolto con favore da tutti, neanche all’interno della maggioranza. Il responsabile del dipartimento Energia della Lega, il senatore Paolo Arrigoni, ha definito la decisione “un grave errore”.

“Il Fit for 55 non è un dogma – ha dichiarato il senatore leghista -. Una decisione di questo genere, se confermata, rappresenterebbe un’entrata a gamba tesa nell’economia del nostro paese. Chi investirebbe più nell’automotive e nel settore della raffinazione che si stava riconvertendo nei carburanti low carbon? A che servirebbe costruire la filiera dei biocarburanti se poi non si hanno i motori? Così ci consegneremmo totalmente alla Cina”. 

“L’ideologia ambientalista del ‘solo auto elettrica’ va abbattuta: è necessario battersi affinché l’Europa abbandoni il bluff della misura sulle emissioni al tubo di scarico delle auto e adotti la valutazione del ciclo di vita delle stesse, il LCA (Life Cycle Assessment). Solo così potremo essere politici seri, fieri di noi stessi, senza inganni verso l’ambiente”, conclude Arrigoni.

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Di diverso avviso il presidente della fondazione Univerde Alfonso Pecorario Scanio. “Lo stop alle auto a combustione nel 2035 deciso dal governo – ha dichiarato l’ex ministro dell’ambiente – è positivo. Ora occorre impegno per le energie rinnovabili necessarie ad auto elettriche o a idrogeno. Va seguito l’esempio del nuovo governo tedesco che punta a 80% di energia da fonti rinnovabili entro il 2030″.  

Pecoraro Scanio, poi, ha parlato della questione dell’energia nucleare, al centro del dibattito in Europa per l’imminente presentazione della tassonomia verde: “Occorre dare un chiaro stop alle assurde proposte di nucleare da fissione che alcune lobby continuano a riproporre nonostante il fallimento di questa tecnologia costosissima e pericolosa che ancora ci costa in bolletta per scorie prodotte dalle poche centrali chiuse. Non vorremmo essere costretti ad un terzo referendum per bocciare questi nostalgici dello spreco atomico”. 

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