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Stefano Vignaroli a TeleAmbiente: “Ecoreati, la legge funziona. Gli inquinanti un problema di tutta Italia. Serve un Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi”

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Un bilancio a sei anni dall’approvazione della legge sugli ecoreati, la lotta agli inquinanti usati nell’agricoltura e nell’industria, la grande importanza che rivestirebbe il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Ne abbiamo parlato con l’onorevole Stefano Vignaroli, deputato e presidente della Commissione ecomafie.

Sei anni fa veniva approvata la legge 68/2015 sugli ecoreati. Quali sono i risultati raggiunti fino ad oggi?

Siamo tutti orgogliosi di questa legge, se ne sentiva l’esigenza da più di venti anni e nella scorsa legislatura siamo riusciti a trovare la giusta convergenza tra diverse forze politiche e non solo. C’era preoccupazione nel mondo industriale ma si è rivelata infondata. Noi, come Commissione, abbiamo monitorato gli effetti della legge e già dopo sei mesi i dati ci dicevano che funzionava. Abbiamo ripetuto oggi lo stesso monitoraggio, d’intesa con la Procura generale presso la Cassazione, a breve faremo una nuova relazione per verificare se la legge funziona ancora o se necessita di qualche correttivo”.

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Da un lato l’inquinamento da Pfas, dall’altro il recente scandalo dei fanghi contaminati spacciati per fertilizzanti e smaltiti nei terreni agricoli in provincia di Brescia. Come si sta muovendo la Commissione ecomafie al riguardo?

Per quanto riguarda la vicenda di Brescia, siamo in contatto con la Procura e inizieremo ad analizzare la vicenda. Il tema dei fanghi è molto delicato e per la prima volta una Commissione parlamentare si sta occupando delle criticità legate a questo settore, a partire dal trattamento delle acque reflue. Stiamo affrontando il tema della depurazione delle acque e quindi della relativa produzione di fanghi, un tema importante perché siamo sotto procedura di infrazione. Molte realtà italiane non fanno correttamente la depurazione delle acque, urbane in particolare.

Noi ci siamo concentrati sulle regioni e sulle zone più critiche, come ad esempio la Sicilia, dove otto Comuni su dieci sono in procedura di infrazione, ma anche nelle zone non ancora attenzionate dalla Commissione Europea la depurazione delle acque non viene fatta correttamente. Per questo stiamo facendo un complesso lavoro di analisi, che pubblicheremo a breve. Già nella scorsa legislatura ci siamo occupati dei Pfas e ora abbiamo allargato il campo, occupandoci non solo del Veneto e della Miteni, ma anche della Valle del Po e del Piemonte. Il problema, seppur in misura minore, si sta espandendo in tutta Italia attraverso le falde acquifere.

Proprio in questi giorni abbiamo audito il professor Carlo Foresta che sta facendo degli studi sulla pericolosità dei Pfas, occorre rivedere la normativa perché lo Stato italiano non ha ancora posto limiti di legge allo scarico di queste sostanze. Il problema è già grave e difficilmente risolvibile, non può essere ulteriormente trascurato”.

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Parliamo del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Cosa è emerso nell’ultima audizione della Commissione ecomafie? Perché si tratta di uno strumento fondamentale per l’Italia e soprattutto per la sicurezza dei cittadini e dell’ambiente?

Abbiamo recentemente approvato una relazione sulla gestione dei rifiuti radioattivi. A inizio anno è stata pubblicata la Carta delle aree potenzialmente idonee a ospitare il Deposito nazionale, su cui anche la Commissione sta svolgendo un approfondimento. Il problema non è abbastanza sentito, è vero che abbiamo abbandonato il nucleare decenni fa, ma abbiamo ancora le centrali. Non basta chiudere a chiave il cancello di un impianto, le centrali vanno smantellate e i rifiuti radioattivi devono essere smaltiti. Poi ci sono anche i rifiuti radioattivi delle attività di ricerca scientifica e medica. Per fare il più in fretta possibile, serve un Deposito in cui portare tutti i rifiuti e che rappresenta un grande investimento per il territorio che lo ospiterà: per la sua costruzione servono 900 milioni di euro, con 4000 posti di lavoro nella costruzione e altri mille nella gestione.

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C’è una cosa che non tutti sanno: nelle bollette elettriche paghiamo circa 300 milioni di euro che servono per gestire questi rifiuti e non avendo un Deposito unico, la gestione e lo smantellamento di questi siti sono lunghi. Anche se lo dovessimo costruire, il processo di smantellamento finirebbe nel 2036 e quindi continueremo a pagare questa cifra per altri 15 anni. Se invece non riuscissimo a costruirlo, rischieremmo una procedura di infrazione e si allungherebbero tempistiche e costi. Inoltre, a oggi solo il Deposito nazionale permetterebbe la giusta sicurezza del ciclo dei rifiuti. Dobbiamo rimboccarci le maniche e procedere, anche se l’opera sarà vista in maniera negativa dai residenti del territorio che la ospiterà. Sono stato in Spagna dove c’è già un Deposito simile a quello che dovremmo costruire noi, posso assicurare che è una infrastruttura assolutamente sicura, se tenuta nelle giuste condizioni nel breve e nel lungo termine”.

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