AttualitàInquinamento

Smog, biomasse bruciate e polveri sottili: la cappa nera sopra la Pianura Padana

Condividi

Nubi di polveri sottili ricoprono la Pianura Padana, provenienti dalla combustione di biomasse ma non solo, secondo i dati di Arpa e Life PrepAir.

Del malsano accumulo di inquinanti nell’aria si parla ogni inverno, quando nei periodi senza pioggia, neve e vento, le emissioni nocive rimangono intrappolate soprattutto in Pianura Padana, chiusa tra Alpi e Appennini. Ossidi di azoto, monossido di carbonio, polveri fini come le PM10 (dal diametro di 10 micron, ovvero 10 millesimi di millimetro), le PM2.5, fino ad arrivare all’ancor più pericoloso particolato ultrafine (meno di un micron) in grado di passare direttamente dall’apparato respiratorio al sangue.

Pur in un quadro di generale miglioramento della qualità dell’aria attestato nell’ultimo trentennio dall’Agenzia Europea per l’Ambiente, le città italiane si distinguono per i superamenti del tetto di 35 giorni a ll ’anno con almeno 50 microgrammi di PM10 al metro cubo (una settantina di giorni a Padova e Torino nel 2019 secondo il Sistema Nazionale di Protezione dell’Ambiente).

Smog, allarme in tutto il Centro Nord: stop alle auto e misure di emergenza

In questo periodo dall’atmosfera avvelenata si è riaccesa la polemica sulle fonti del particolato, tra chi ritiene inutili le misure di contenimento del traffico e chi le restrizioni nell’utilizzo di stufe e caminetti. I dati delle Arpa dicono in effetti che gli impianti domestici a biomassa contribuiscono a circa metà della concentrazione media annua di PM10 nell’aria padana, talora oltre nelle zone di provincia in cui il riscaldamento ha un peso maggiore rispetto al traffico.

A Torino, città tra le più inquinate d’Italia, le PM10 da fonti legnose pesano per il 44% della concentrazione media a fronte del 4% del riscaldamento da altri combustibili, poi c’è il 38% dovuto al settore trasporti, il 6% all’industria, e il restante 8% ad altri comparti tra cui l’agricoltura. Le stufe a legna, soprattutto quelle vecchie e inefficienti, dunque inquinano parecchio, ma demonizzarle a priori è eccessivo.

Smog, Rapporto Aea: primato per l’Italia per morti premature da biossido di azoto

È corretto limitarle nei centri urbani, mentre in campagna e in montagna – dove peraltro è più difficile avere altre opportunità di riscaldamento – bruciare legna del bosco vicino a casa, in quantità in equilibrio con la crescita degli alberi, è neutrale rispetto alle emissioni che generano il riscaldamento globale: si emette carbonio non di origine fossile, e che viene bilanciato dalla fotosintesi dalle piante in vita. Più controverso l’uso del pellet, prodotto di lavorazioni industriali che in genere viaggia in camion per centinaia di chilometri.

Il modo di scaldarsi a biomassa più problematico perl’ambiente resta tuttavia il caminetto aperto, molto inefficiente poiché privo di regolazione dell’apporto d’aria e abbattimento dei fumi. Interessante l’approccio del comune di Feltre, che incentiva la sostituzione dei vecchi caminetti con modelli nuovi a inserto chiuso e stufe ad alta efficienza, contrassegnate dalla certificazione a stelle “Aria pulita” di Aiel, Associazione italiana energie agroforestali.

Pesticidi contaminano le Alpi. A rischio invertebrati ed ecosistemi acquatici

Ma occorre intervenire anche negli altri ambiti con azioni a lungo termine e la collaborazione tra politica e cittadinanza, ed è ciò che punta a fare il progetto europeo “Life PrepAir” che vede interagire tutte le regioni del Nord Italia. Alcune idee. Efficientare anche gli impianti termici a fonti fossili e sostituirli se possibile con pompe di calore; coibentare gli edifici per ridurre le esigenze di riscaldamento, interventi sostenuti in Italia da un sistema di ecobonus tra i migliori al mondo, eppure poco conosciuto e utilizzato; limitare l’abbruciamento di potature e sfalci privilegiandone il compostaggio (un solo fuoco di sterpaglie umide può inquinare
come centinaia di stufe).

Quanto alla mobilità, oltre al l’ormai frusto ma sempre utile invito a preferire i mezzi pubblici, interroghiamoci sul perché ci spostiamo così tanto, e abbattiamo all’origine la necessità di muoversi grazie al telelavoro oggi possibile con le moderne tecnologie, a un’economia e a un turismo a più corto raggio. Laddove non si può fare a meno dell’auto privata, puntare a una mobilità sobria, condivisa ed elettrica, soluzione che – tra incentivi, risparmio su bollo e carburante, diffusione delle colonnine di ricarica e autonomia su distanze ormai superiori a 300 chilometri – inizia a essere concorrenziale, soprattutto se alimentata con l’elettricità fotovoltaica prodotta sul tetto di casa, rispetto alle vetture a motore termico che ci hanno accompagnato per un secolo.

(Visited 65 times, 1 visits today)

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Teleambiente.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi di teleambiente.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Stefano Zago