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Siria, la scienziata fuggita dal paese per salvare i suoi “super semi” resistenti ai virus

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La dottoressa Safaa Kumari è una scienziata siriana rifugiata in Libano che sta lavorando a dei semi di legumi resistenti ai virus che stanno distruggendo i raccolti dei paesi più poveri.

Ci hanno dato 10 minuti per prendere le nostre cose ed andare via” ha raccontato la dottoressa Safaa Kumari. I combattenti armati avevano circondato la sua casa ad Aleppo e la sua famiglia era fuggita. Kumari si trovava ad Addis Abeba in Etiopa per parlare ad una conferenza al momento dell’accaduto ma è dovuta subito tornare in Siria. Nascosto nella casa di sua sorella infatti c’era un tesoro piccolo ma di valore per il quale valeva la pena rischiare.

La dottoressa Kumari è una virologa vegetale: il suo lavoro si concentra sui virus silenziosi ma devastanti: le epidemie virali che colpiscono gli alimenti come fave, lenticchie e ceci si stanno diffondendo dalla Siria all’Etiopia, stravolgendo inevitabilmente lo stile di vita delle popolazioni che vivono in quelle aree. Conosciuti come “la carne dei poveri”, questi legumi sono fondamentali sia come fonte di reddito che per la sicurezza alimentare in molte parti del mondo. Ed è necessario trovare una cura in fretta. Gli agricoltori infatti vedono le proprie colture infette diventare gialle e nere. La causa? “I cambiamenti climatici forniscono agli afidi le giuste temperature per riprodursi in modo esponenziale e diffondere le epidemie“.

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Per 10 anni Kumari ha lavorato per trovare una soluzione. Alla fine ha scoperto una varietà di fagioli resistenti per natura ad uno dei virus: il fava bean necrotic yellow virus. “Quando ho scoperto questi semi resistenti, mi è sembrato che avessero qualcosa di importante all’interno”. Tuttavia a causa della guerra in Siria è stata costretta a spostarli: “Li ho lasciati a casa di mia sorella ad Aleppo per proteggerli dalla guerra”. Determinata a non fare in modo che la guerra possa compromettere il suo lavoro “per i poveri del mondo”, Kumara ritiene sia suo dovere salvare i semi “Stavo pensando: come posso portare via questi semi dalla Siria? Dovrei attraversare Damasco e poi raggiungere Aleppo. Ma ci sono i bombardamenti”. Dopo due giorni di viaggio con i semi in mano, Kumari ha raggiunto il Libano, dove ora lavora come ricercatrice al centro Icarda nella Valle della Beqa‘, vicino al confine siriano. Hassan Machlab, manager di Icarda ha spiegato: “Molti scienziati siriani che sono qui hanno sofferto la guerra”.

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Ma portare i semi al sicuro era solo l’inizio: ora Kumari deve trasformarli in una soluzione sostenibile. A causa del crollo dei raccolti nella regione, i produttori hanno iniziato ad usare abbondantemente i pesticidi: “Molti agricoltori vanno nei campi e spruzzano il veleno ovunque, senza protezioni neanche per loro stessi. Alcuni stanno morendo, altri si ammalano”. Inizialmente, il test non è riuscito. “Quindi li abbiamo incrociati con un’altra varietà che aveva una resa migliore e abbiamo ottenuto qualcosa di resistente e produttivo. Quando lo renderemo disponibile, sarà rispettoso dell’ambiente e fornirà agli agricoltori una buona resa, più economica e senza insetticidi”. Kumari ora sta pensando a come distribuire i suoi semi agli agricoltori, dopo aver rifiutato un’offerta da una compagnia. “Volevano comprare il nostro prodotto e venderlo agli agricoltori ma ci siamo rifiutati. Il nostro è gratuito. E’ compito nostro fornire soluzioni alle persone“.

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Ma per molti rifugiati siriani la guerra non è mai troppo lontana. “Qualcosa che non dirà mai è quanto stato difficile per lei. Lavora tutto il tempo e forse non ha ancora compreso che la sua casa è andata distrutta e la sua famiglia è fuggita” ha detto Hassan. “La scorsa settimana ho visto la mia famiglia in Turchia. Ho cinque sorelle e tre fratelli tra Germania, Turchia e Siria. L’ultima volta che ci siamo incontrati era ad Aleppo nel 2012. Quando sono tornata mi hanno detto ‘Safaa, stai benissimo oggi!’. Per forza, ho appena passato del tempo con la mia famiglia” ha spiegato la dottoressa Kumari  “Non è facile per me, non è facile per una donna che lavora nella ricerca in agricoltura. Quando lavoro non penso di essere una donna o una siriana. Ma mi sento come se ricevessi meno fondi dagli occidentali perché sono donna”.

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