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SEA SHEPHERD SI ARRENDE. VIA LIBERA ALLA CACCIA DELLE BALENE

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ALESSANDRO URSIC BANGKOK La Stampa

La caccia ai cacciatori di balene finisce qui. Dopo dodici anni di inseguimenti, speronamenti e battaglie legali, il gruppo Sea Shepherd abbandona la sua campagna annuale di ostruzione delle baleniere giapponesi nei mari antartici. Motivo: una manifesta inferiorità tecnologica, aggravata dall’accusa ai «governi ostili» Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda di «essere in lega» con il Giappone, frenando le attività di protesta dell’organizzazione per i loro interessi economici. L’annuncio della resa è arrivato dal fondatore canadese Paul Watson, anima di Sea Shepherd dal 1977: «Non possiamo competere», ha detto. Intercettare le navi del nemico è ormai impossibile, perché i giapponesi impiegano tecnologia satellitare militare per sfuggire ai loro inseguitori. Ci sono anche nuove leggi anti-terrorismo approvate da Tokyo, e l’ingiunzione di un tribunale americano di non avvicinarsi a meno di 500 metri dalle navi giapponesi. Non è la fine del controverso gruppo di attivisti, idoli ambientalisti per molti, «eco-terroristi» per Tokyo. L’idea di Watson è «fare un passo indietro e ripensare le strategie: non abbandoneremo mai le balene». E’ anche un’occasione per guardare ai successi dell’ultimo decennio: tenere alta la bandiera della conservazione delle balene, presentandosi come pirati del mare per una giusta causa. Sea Shepherd si vanta di aver salvato 6500 cetacei, contribuendo a ridurre la quota annuale di caccia giapponese da mille esemplari a 333.

Se non segna la fine della lotta, la decisione conferma però i sospetti che erano nell’aria da qualche anno: l’apogeo di Sea Shepherd è ormai alle sue spalle. Dagli inizi contro i cacciatori di foche in Canada, con la sua filosofia di «aggressione non-violenta», il gruppo no-profit è cresciuto fino a diventare l’emblema dell’attivismo ambientalista d’assalto. Una flotta di nove navi, il sostegno eccellente di diverse star di Hollywood, Sea Shepherd ha toccato il suo culmine di popolarità diventando il protagonista della serie tv «Guerra alle baleniere»: 61 episodi in sette stagioni dal 2008, con una drammatizzazione degli inseguimenti, accusata da alcuni di aver romanzato i fatti, persino inscenando falsità. Watson (67 anni) ha plasmato la sua creatura a sua immagine e somiglianza. Riconosciuto anche dai suoi critici come un inesauribile trascinatore, fin da quando fu espulso dal comitato direttivo di Greenpeace si porta dietro la fama di ingombrante megalomane dai metodi poco ortodossi. Un fenomeno nel mantenere alta l’attenzione dei media, ma anche troppo. Il proprietario di una nave a lui affidata e affondata da una baleniera giapponese nel 2010 lo ha accusato di aver intenzionalmente sacrificato la nave per un tornaconto di popolarità: Watson chiuse il caso con un arbitrato segreto. Arrestato ripetutamente per le sue proteste e inseguito dall’Interpol, dal 2012 vive da rifugiato politico in Francia per sfuggire all’estradizione richiesta da Giappone e Costa Rica.

Taglio delle reti, motori legati con corde, lancio di bombe puzzolenti e di vernice: ogni mezzo era lecito per mantenere alta la pressione contro il Giappone che, nonostante il divieto alla caccia commerciale alle balene in vigore dal 1986, continua a ucciderle giustificandosi con la «ricerca scientifica».

Il consumo di carne di balena è da decenni in netto calo nell’arcipelago. Le tecniche d’assalto di Sea Shepherd si sono però rivelate un’arma a doppio taglio: ottime per compattare il suo zoccolo duro, controproducenti per altri attivisti più moderati, scomode anche per i governi che hanno richiamato Tokyo all’ordine.  Toccati nell’orgoglio, i giapponesi si sono impuntati: difficile scendere a patti con un manipolo di occidentali che ti punta costantemente il dito in faccia. Se la battaglia dell’opinione pubblica internazionale era ormai perduta, sul piano tecnologico il confronto si è rivelato però impari. E dire che solo dieci mesi fa Sea Shepherd celebrava la velocità della nuova nave «Ocean Warriors». «Continueremo a rovinare la vita ai giapponesi laggiù», disse convinto uno dei suoi capitani sotto il celebre vessillo nero da pirati con il logo del gruppo: tridente di Nettuno, una balena e un delfino sul teschio. Ora, invece, sui mari dell’Antartide sventola la bandiera bianca.

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