Il fondatore della Ong Oceanus Fabio Siniscalchi a TeleAmbiente: “Queste barriere offrono rifugio, protezione e nutrimento ai pesci contro il fenomeno della pesca illegale a strascico”.

Alcuni tratti della costa sarda si stanno desertificando a causa della pesca illegale a strascico troppo impattante sugli habitat marini. Per riportare la vita lì dove si sta perdendo, la Ong Oceanus in collaborazione con l’Associazione nazionale autonoma piccoli imprenditori della pesca (Anapi) e Societa’ Cooperativa Pescatori Ovidde’, nell’ambito del progetto Mare Nostrum installerà nei prossimi giorni delle speciali barriere sulle quali attecchiranno flora e fauna marine.

Le barriere saranno immerse al largo di Budoni, nel Nord-est della Sardegna, a 30 chilometri da Olbia.

“ll progetto di Oceanus – spiega a TeleAmbiente il fondatore della Ong Fabio Siniscalchi vuole essere una soluzione concreta, una risposta all’impoverimento degli stock ittici del Mediterraneo che, voglio ricordare, è il mare più sfruttato al mondo. Questo progetto favorisce il ripristino della biodiversità con un forte incremento della flora e della fauna autoctone, sia in termini qualitativi che quantitativi”. 

“Le barriere – continua Siniscalchi – offrono rifugio, protezione e nutrimento. Per questo vengono anche dette ‘barriere di produzione’. E quindi sono da considerare delle vere e proprie oasi marine”. 

Il funzionamento di queste barriere modulari, che come dei Lego possono assumere forme diverse e quindi adattarsi a diverse conformazioni del fondale marino, lo spiega a TeleAmbiente il responsabile tecnico del progetto Mare Nostrum Guido Beltrami.

“Le strutture che formeranno la barriera artificiale – spiega Beltrami – hanno una caratteristica fondamentale: sono state pensate per essere in sintonia con l’ambiente marino e il suo habitat. Per esempio, il Ph in superficie dei blocchi è simile a quello marino, e non contengono alcun prodotto che possano alterare le caratteristiche dell’ambiente”. 

Si tratta di blocchi creati con tecnologia italiana dall’azienda Tecnoreef, che si occupa di ripopolamento marino e di rinaturalizzazione di ambienti marini compromessi.

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A guardarlo a terra, prima della loro immersione, non si direbbe mai che i moduli Tecnoreef hanno l’obiettivo di rigenerare flora e fauna marina. Si tratta di un manufatto in calcestruzzo armato, ma l’assenza di additivi sintetici lo rende del tutto compatibile con l’ambiente marino.

Il progetto di Mare Nostrum non è il primo di questo tipo in Italia. “Nel mare Adriatico – continua Beltrami – c’è stato il progetto Adri.blu che hanno permesso di studiare i risultati dell’utilizzo di queste strutture. Risultati sorprendenti. Si è avuto un fortissimo aumento della popolazione ittica e si è notato che con queste strutture si proteggono soprattutto le specie giovanili”. 

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Il cosiddetto novellame, dunque, particolarmente importante per la ripopolazione di una specie nel suo habitat e che per questo motivo è vietato pescare, grazie a questi manufatti modulari possono trovare riparo e crescere fino alla fase riproduttiva.

“infine – conclude Beltrami – abbiamo visto aumentare la presenza di specie autoctone rispetto alle specie aliene. Ad esempio, in alcune aree da noi analizzate il Pesce serra aveva soppiantato le specie autoctone. Dove abbiamo utilizzato questa soluzione abbiamo visto una diminuzione del Pesce serra e un nuovo aumento delle specie autoctone”. 

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