Roma

Roma, scoperto al Celio un labirinto di laghi sotterranei

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Roma. Cunicoli, tunnel, gallerie scavate nel tufo, suggestivi laghetti e pozze d’acqua.

Un vero e proprio labirinto di laghi sotterranei a pochi passi dal Colosseo, in uno dei famosissimi sette colli di Roma, il Celio.

L’area si trova proprio al di sotto dei resti del tempio del divo Claudio, costruito subito dopo la sua morte (nel 54 d.C.) e che nel 1100 fu inglobato nel convento.

Un tempio enorme, talmente grande da poter contenere l’intero Colosseo.

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Basti pensare che solo il 30% di queste gallerie sotterranee è presente nelle mappe.

Ed è proprio in queste gallerie sotterranee che l’équipe di speleologi guidata da Cusin, insieme agli archeologi della Soprintendenza diretta da Francesco Prosperetti, in sinergia con il Rettore della chiesa, padre Augusto Matrullo, sta portando avanti l’esplorazione e lo studio di un patrimonio sotterraneo inaspettato.

Una volta entrati – raccontano i tecnici – non si percepisce nessuno dei rumori che caratterizzano la città di Roma, il silenzio riempie lo spazio e la temperatura oscilla intorno ai 12 gradi.

È stato proprio il silenzio a far cogliere il tenue e ritmico gocciolio d’acqua: sono le percolazioni naturali che da 1600 anni stanno plasmando stalattiti di cristalli cangianti, per poi alimentare autentici laghetti.

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“È acqua limpida, le analisi chimiche hanno rivelato che è batteriologicamente purissima – racconta Carlo Cusin, architetto dell’associazione di speleologi Roma Sotterranea – e nel buio tagliato dalle luci delle torce, questi bacini d’acqua appaiono come uno spettacolo.

A “proteggere” la rete di laghetti dove l’acqua raggiunge i 10 gradi costanti, è un sistema di cave romane (scavate fin dal IV secolo avanti Cristo) che si sviluppa per oltre due chilometri con volte di varie altezze, al metro e mezzo fino a otto metri.

“L’origine è legata indubbiamente ad una falda acquifera superficiale, alimentata nel tempo anche dalle infiltrazioni d’acqua, purificata dallo strato di tufo – avverte Carlo Cusin durante il sopralluogo – per questo il livello dei bacini varia in base alle stagioni e alle piogge. La siccità infatti ne ha prosciugato alcuni”.

A lasciare senza parole sono anche gli spettacolari effetti cromatici, dove spiccano gli strati lattiginosi dei depositi di carbonato di calcio che sembrano patine di ghiaccio.

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Sulle volte si leggono nitidi, come fossero stati incisi ieri, i solchi degli scalpelli dei “fossores”, gli scavatori. Sulle pareti si trovano piccole fessure dove gli operai poggiavano le lucerne a olio lampante (sono visibili persino le bruciature dopo duemila anni).

Mentre rimangono un mistero alcune nicchie: “Forse – ipotizza Cusin – le riempivano d’acqua per rinfrescarsi durante il lavoro”.

“Queste cave sono un unicum, perché scavate nel cuore di Roma, nella parte più antica della città, entro le Mura Serviane – sottolinea Simona Morretta, funzionario della Soprintendenza responsabile del Celio – lo sfruttamento delle cave parte in età repubblicana per continuare almeno fino al tardo impero. Non è escluso che lo stesso santuario di Claudio sia stato costruito con questo materiale”.

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