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Rifò, il brand che dà vita a nuovi abiti da materiali riciclabili e fibre tessili rigenerate

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“Sono due i pilastri su cui si basa Rifò: prodotti a km zero e l’utilizzo di fibre rigenerate”. Intervista al fondatore di Rifò, il brand di moda circolare made in Italy che rigenera vecchi indumenti dando vita a nuovi capi.

Abbiamo prodotto abbastanza materiali e trasformato talmente tante risorse da poterci fermare e rigenerare ciò che già esiste“. E’ da questo concetto che parte Rifò, un brand di moda sostenibile nato a Prato, una città piena di arte e ricca di tradizione industriale.  “Rifò” è un’inflessione toscana del verbo “rifare” che rispecchia in pieno l’attività del brand: rigenerare vecchi indumenti per produrre un nuovo filato.

L’azienda produce capi con materiali riciclabili e attraverso fibre tessili rigenerate, usando principalmente materiali certificati Global Recycled Standard. A raccontarci la storia e la tradizione che Rifò ha voluto portare avanti sul territorio è il fondatore del brand, Niccolò Cipriani.

Come nasce il progetto di moda circolare Rifò e in che modo vengono realizzati i vostri capi?

Nasce nel novembre 2017 riprendendo una tradizione tessile di Prato. Si occupa di produrre capi di abbigliamento partendo da fibre tessili rigenerate. Da più di 100 anni  sul nostro territorio arrivano rifiuti tessili da tutto il mondo che vengono selezionati per colore e qualità, sfilacciati e riportati allo stato di fibra, filato che viene poi utilizzato per le nostre collezioni. Sono due i pilastri su cui si basa Rifò: prodotti a km zero e l’utilizzo di fibre rigenerate.

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Perché oggi c’è bisogno di un settore dell’abbigliamento più sostenibile? E perché è importante combattere la cosiddetta “fast fashion”?

E’ necessario un approccio più sostenibile perché vengono utilizzate più risorse rispetto ai nostri effettivi bisogni. Da un lato c’è il problema della sovrapproduzione, ovvero le aziende producono molto di più rispetto a quello che la gente compra e consuma, dall’altro il problema del sovraconsumo, anche spinto dalla fast fashion. Le persone sono abituate a comprare molto spesso capi di bassa qualità riempiendo i loro armadi, capi che poi nemmeno vengono indossati. Questo crea uno spreco e un utilizzo di risorse che sono limitate, come l’acqua, per qualcosa che non indossiamo e di cui non abbiamo bisogno.

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Come collaborate e finanziate progetti con associazioni di volontariato locali?

Sin dall’inizio volevamo allargare i benefici della nostra produzione sul territorio di Prato e avere anche un piccolo impatto sociale. Attraverso l’iniziativa “2lovePrato Rifò” abbiamo identificato tre progetti con alcune associazioni.  Uno di questi è quello con Legambiente Prato che ha un bellissimo rifugio, “Le Cave”, di cui finanziamo la manutenzione. L’obiettivo è quello di renderlo autonomo, dagli impianti fotovoltaici ai sistemi di gas, e a basso impatto ambientale. Per ogni acquisto effettuato nello shop online di Rifò, 2 euro vengono donati ad un progetto di tua scelta sul territorio locale.

Come riconoscere le aziende realmente sostenibili da quelle che praticano solo “greenwashing”?

Non è facile ma si possono chiedere maggiori informazioni al brand tramite i social, il sito web e poi fare una verifica in più sulle certificazioni, su dove e come lavorano. La migliore arma è informarsi per capire se quel brand non è solo apparenza ma anche sostanza. 

Economia circolare vuol dire automaticamente sostenibilità?

Con l’economia circolare si va a riutilizzare qualcosa che era sprecato, ma allo stesso tempo non è sufficiente: per essere sostenibile bisogna rivedere anche i nostri modi di produrre, partendo da una produzione attenta ai propri consumi.

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