Rifiuti plastici nell’oceano, una nuova tecnica per tracciarli dallo spazio

E’ una sfida complessa, specialmente considerato che i pezzi individuali di plastica sono più piccoli delle dimensioni minime di un oggetto che un satellite più rilevare. Ma questa nuova tecnica per tracciare i rifiuti plastici nell’oceano dallo spazio a cui gli scienziati stanno lavorando, si basa sul cercare il riflesso della luce emanato da questi frammenti, e i primi test condotti dalla Plymouth Marine Laboratory sono stati molto incoraggianti.

“E’ praticamente impossibile vedere una bottiglia di plastica che galleggia sull’oceano, ma possiamo vedere aggregati di questo materiale”, spiega la Dott.essa Lauren Biermann.  Gli scienziati stanno sperimentando questo metodo con i satelliti Europei Sentinel-2, una coppia di strutture orbitali dotate di strumenti di rilevazione multi spettro,che sono state lanciati nel 2015 e nel 2017 e sono gestiti dall’European Space Agency (Esa).

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Il compito del duo è principalmente di generare una mappa della superficie terrestre in continua evoluzione, ma attraverso questo processo catturano anche le immagini delle acque costiere. Attualmente, queste sono le zone cruciali se si vuole monitorare lo scarico di rifiuti plastici nell’oceano, considerando che la maggior parte delle 7 milioni di tonnellate di rifiuti che finiscono in mare ogni anno si riversano da fiumi e dai loro estuari. La complessità dell’operazione sta nel fatto che che i satelliti hanno una risoluzione massima di 10 metri, ciò significa che ogni oggetti in un’immagine sarebbe rilevabile solo se raggiungono una certa percentuale di pixel. Ma la ricerca ha un paio di punti a suo favore.

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Il primo è che i rifiuti galleggianti tendono a riunirsi in vortici,fronti e creste che si formano quando il fiume entra nel mare. E anche se spesso questi conglomerati sono formati da materiale vegetale,spesso i rifiuti plastici ne rimangono attaccati. Il secondo fattore è semplicemente la qualità dei rilevatori nelle strumentazioni dei Sentinel.

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Questi strumenti hanno la capacità di distinguere le differenti lunghezze d’onda della luce. E gli scienziati di Plymouth possono usare questa capacità per “interrogare” i singoli pixel in una foto per vedere quali oggetti potrebbero contenere anche se non possono essere rilevati direttamente. Funziona così:l’acqua del mare è un forte assorbente di luce nel campo dell’infrarosso. Piante e qualsiasi altra cosa galleggia nell’acqua invece riflettono l’infrarosso. Ma le piante assorbono le bande rosse,mentre la plastica molto meno.

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“La vegetazione emette una tracciache possiamo leggere chiaramente e soprattutto è totalmente differente da quella della plastica” – spiega la Dott.essa Biermann -“Così possiamo iniziare a dividere i pixel e a chiederci ok, quanti di questi pixel che abbiamo rilevato sembrano materiale vegetale, e quanto sembra plastica?”. La Dr Biermman conclude dicendo che l’osservazione satellitare può essere usata per scoprire hotspot nello scarico di rifuti plastici nell’oceano. Queste informazioni aiuteranno anche molte ricerche che si occupano di valutare l’impatto dell’inquinamento plastico nell’ambiente. La dottoressa afferma: “Sappiamo dove balene e delfini vanno a foraggiare,adesso vogliamo sapere quanto pericolo corrono per questi hotspot”.

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