L’Ateneo toscano ha pubblicato in pochi giorni due lavori utili alla salvaguardia degli ecosistemi locali in pericolo

La nuova frontiera della ricerca scientifica nella preservazione dell’ambiente sono le cosiddette Nature-based solutions e l’università di Pisa ha deciso di improntare una buona parte del proprio lavoro in questo ambito.

Così, in pochi giorni, l’Ateneo toscano ha pubblicato due importanti studi sulle riviste Journal of Applied Ecology ed Ecological Engineering.

Il primo, ha riguardato la Posidonia oceanica – su cui alcuni studi sono in corso anche all’acquario di Livorno. In particolare, lo studio ha dimostrato che le piantine coltivate in gruppi ad elevata densità su un substrato precedentemente colonizzato da Cymodocea nodosa, una pianta marina pioniera “benefattrice”, hanno dimostrato tassi di sopravvivenza fino a tre volte superiori rispetto a quelle cresciute da sole su substrato non colonizzato.

Nurdles, i rifiuti di plastica che avvelenano gli oceani: così pericolosi e così poco conosciuti

Un secondo studio, invece, ha avuto ad oggetto lo sparto della sabbia e la gramigna delle spiagge, specie utili per il ripristino dei sistemi dunali degradati. Per ridurre l’elevato tasso di mortalità che caratterizza gli interventi di ripristino, sparto e gramigna sono stati piantati in gruppo ottenendo risultati opposti in base alla distribuzione spaziale del fertilizzante, omogenea o eterogenea.

Infatti se piantate in gruppi con fertilizzante distribuito omogeneamente, le piante di sparto mostravano una crescita fino a quattro volte maggiore mentre quelle di gramigna mostravano una crescita ridotta di circa la metà rispetto a quelle piantate da sole.

Animali, almeno 160 specie estinte durante l’ultimo decennio

“Questi studi – ha spiegato spiega il professore Claudio Lardiccimirano a risolvere le criticità degli interventi di ripristino ambientale attraverso l’adozione di approcci sostenibili basati su processi ecologici naturali come le interazioni positive pianta-pianta”. 

“E’ fondamentale in ogni caso valutare sia la distribuzione spaziale dei nutrienti che le caratteristiche delle specie utilizzate – aggiunge Elena Balestri, ricercatrice dell’Ateneo pisano – individuando in ogni caso la soluzione ottimale che massimizzi le interazioni positive tra piante e riduca quelle negative”.

Isola del Giglio, i mufloni sono salvi! Fermato l’abbattimento

Articolo precedenteNatale, ecco le idee e i consigli del WWF per regali ecosostenibili
Articolo successivoBMW Italia e Rugby Milano insieme per il progetto “Oltre le sbarre”