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PISAPIA, ALFANO, PRODI, BONINO IN FUGA. SUONA LA CAMPANA PER MATTEO RENZI?

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  1. Roma. Pisapia si arrende, inutile trattare con Renzi. Alfano sbatte la porta. Prodi ormai è allo stremo e si muove solo cercando di salvare l’onore dell’Ulivo, la Bonino è pronta allo sciopero della fame pur di evitare l’inciucetto col Pd. La Boschi, e tutta l’Etruria che impazza, in uno stillicidio che, giorno dopo giorno, vede il Partito democratico crollare negli ultimi sondaggi.

Per Matteo Renzi e per il partito costretto a seguirlo, ormai senza vie di uscita, è un Calvario infinito.

Poi lo schiaffone di Piero Grasso incoronato leader della nuova formazione (per adesso soltanto elettorale) della sinistra  e il gruppone di deputati e senatori che corrono sul carro di Liberi e Uguali rompendo gli indugi.

Poi la rinuncia di Angelino Alfano che appare come una vera capitolazione, con l’ultimo possibile alleato che si arrende senza neanche chiedere l’onore delle armi.

Senza Pisapia, Bonino, Alfano, ma quale coalizione potrà mai fare il PD?

Oggi di mattina presto sono arrivate le pubbliche offese di Travaglio nel lungo editoriale al vetriolo: “Un ingenuo? Un sprovveduto? No semplicemente uno stupido!”

Beh, Travaglio, direte voi, è normale la disputa tra i due, grottesca e infinita, che sembra il Duello di Joseph Conrad (1907), tra due contendenti che hanno abdicato a ogni piacere e ambizione se non quella di sfidarsi a duello, per i restanti anni a venire (nel libro per circa 20 anni!).

Bene, allora evitiamo di cadere nella trappola ossessiva imposta da Travaglio (che pure  la argomenta dicendogli che solo uno stupido si può confezionarsi a colpi di voti di fiducia, una legge elettorale che diventa un capestro per il Pd e nuovo ossigeno per le opposizioni!).

Il punto è che adesso davvero Renzi è solo.

In una perfida solitudine, fatta di audizioni bancarie, di padri, propri e altrui, di ius soli mancati, di sconfitte come per l’Ema che isolano e mortificano l’Italia. Con il ministro Calenda, che annusata la imminente Caporetto elettorale, si precipita a Taranto, blandendo il governatore Emiliano.

Hai visto mai che il futuro del Pd possa passare da Bari?

Il prevedibile crollo di Renzi ha una data ben precisa: il 4 dicembre 2016. Esattamente un anno orsono, nel giorno del fallimento referendario.

Il giorno che doveva essere quello del suo addio alla politica. E che invece, consigliato da chi?, divenne nel giro di 24 ore il giorno di una gloriosa sconfitta che sanciva la nascita del PDR con un bacino di oltre il 40% di voti.

Una vera e semplice idiozia. Una idiozia che ha fatto rompere gli indugi alla minoranza della sinistra bersaniana, riuscendo anche a riabilitare anche il grigio Massimo D’Alema che sarà antipatico, sarà lugubre, sarà cinico, ma mai sarebbe caduto in un errore del genere.

Basti prendere Veltroni. Perse rovinosamente con Berlusconi nel 2008. E riuscì a stare in sella in virtù di un partito che era riuscito ad arrivare al 35% (ma anche lì si gabbò sui voti poiché in quella percentuale c’era anche il Partito Radicale). Ma poi quando Soru venne sconfitto alle elezioni regionali della Sardegna , Walter Veltroni davvero si dimise e si ritirò, ahinoi!, a scrivere libri e confezionare format televisivi …

Fatto sta che nella famiglia Renzi la parola dimissioni non è prevista. Sia nella famiglia che negli affini.

Vediamo la parabola di Maria Etruria Boschi. Appare fin troppo chiaro che si sarebbe dovuta subito dimettere, fin dall’inizio.  E almeno cogliere al volo in cambio di guardia a palazzo Chigi, per darsi all’anonimato.

Invece eccola lì, in questa battaglia di retroguardia, fino a cadere nella barzelletta della finta querela a De Bortoli, annunciata e mai data. E poi riannunciata nei giorni scorsi, scaduti i termini dei 7 mesi, davanti alla possibile audizione di Federico Ghizzoni, ex Ad di Unicredit che dovrebbe confermare (o smentire) le pressioni del ministro Boschi per salvare Banca Etruria

E che dire della Commissione Banche? Chiunque persona politicamente assennata lo avrebbe fatto immediatamente e non alla vigilia delle elezioni, quando ogni giorni, anche un petardo ha il frastuono di una bomba. Invece adesso dopo Ghizzoni, verranno ascoltati anche gli ex vertici delle banche venete Gianni Zonin e Vincenzo Consoli. Senza contare che saranno chiamati anche gli ex ministri dell’economia Giulio Tremonti e Fabrizio Saccomanni, e l’attuale Pier Carlo Padoan, per capire in che cornice e con quali omissioni siano nate queste devastanti crisi bancarie.

Un vero fuoco pirotecnico!

Il risultato è tutto nei sondaggi (vedi link) con il PD che al solo apparire dei Liberi e Uguali, perde l’1,7% in una settimana. Un vero tracollo.

Ora il punto di domanda è molto semplice: come è potuto avvenire tutto ciò?

Come sia stato possibile, alle migliaia di militanti, alle centinaia di dirigenti nazionali e periferici, alle decine di parlamentari che ancora gli reggono la cadrega, non capire la rotta di collisione che Renzi aveva preso?

Fin da quel 40%, spacciato per una grande vittoria e che era, evidentemente per tutti una devastante sconfitta.

Anche per Angelino Alfano, notoriamente incollato alla poltrona, capace di resistere a mille intemperie, la misura alla fine è stata colma. Un vero e proprio ultimo sgarbo a Renzi: “Me ne vado. Ho deciso di non ricandidarmi, lascio il parlamento. Farò politica fuori dal palazzo”.

Esattamente, le parole che Renzi avrebbe dovuto pronunciare lo scorso anno, per avere ancora un minimo di speranza di risorgere.

La psicologia ci regala l’idea del cupio dissolvi. Di una voglia inarrestabile di morire  (San Paolo, lettera ai Filippesi), che in questo caso profano non è che semplice e drammatico autolesionismo.

E quindi a voler essere pragmatici, di questi 5 anni di Renzi ben poco rimarrà, se non le macerie del Partito Democratico. E di Enrico Letta, o di Walter Vetroni, o di Piero Fassino il cui disperato attivismo da pontiere appare con fin troppo sospetto, magari dello stesso Gentiloni chiamato di corsa al suo capezzale.

Ma davvero questi ultime giornate di politica, rese frenetiche dalla corsa contro il tempo, per la tardiva e complicata, legge sul Biotestamento, appaiono come i rintocchi dell’ultima campana, raccontata da Ernst Hemingway.

Non chiederti per chi suona. Essa suona per te!

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