Politica

REFERENDUM LOMBARDO-VENETO. SI INCRINA IL FRONTE DEL SI’

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Roma. Si incrina il fronte per il referendum autonomista di Lombardia e Veneto previsto per il 22 ottobre.
Il dibattito, che fino ad oggi era sembrato soporifero, sulla scia dei drammatici sviluppi indipendentisti della Catalogna, si è improvvisamente acceso con toni polemici che evidenziano crepe sempre
più grandi nel fronte del sì.
Il coro di no alla indipendenza della Catalogna ; le immagini di violenze e di proteste; la ferma posizione della Spagna, i rischi economici di una secessione che significherebbe uscita dall’euro e fuga di imprese, aziende e soprattutto banche, inizia a seriamente a preoccupare i commentatori che, in più casi, hanno ricordato che la Catalogna è approdata al referendum (illegittimo) per l’indipendenza dello scorso 1 ottobre, dopo essere passata proprio per referendum e con richieste di una semplice maggior autonomia.
Su una posizione di no secco è Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, che da giorni è presente sulle pagine dei più importanti quotidiani del centrodestra ammonendo sulla inutilità e pericolosità dell’iniziativa.
E se Forza Italia non si schiera, ma lascia liberi i quotidiani e Tv di riferimento che infatti dedicano scarsa attenzione all’evento, quel che emerge sempre più evidente è un chiaro malessere all’interno della Lega che deve prendere atto che, più si avvicina la scadenza referendaria, più i sondaggi la danno in calo progressivo con Forza Italia che si appresterebbe (e lo verificheremo il prossimo lunedì) al clamoroso sorpasso.

Inoltre, sono scesi in campo anche per il No, gli imprenditori del Nord est come Carlo Boscaini, re dell’Amarone e Luciano Benetton. Ma soprattutto è la Chiesa che, come in Catalogna, inizia a farsi sentire. I Gesuiti, ad esempio, nella rivista Aggiornamenti Sociali, puntano l’indice sulla indeterminatezza del quesito e, di fatto, sulla sua inutilità. “Quali risultati possiamo attenderci dai referendum consultivi? Quale autonomia ne risulterebbe per la Lombardia e il Veneto? Purtroppo la lettura dei quesiti referendari non fornisce molte indicazioni” sottolinea la rivista.
Ma è anche vero che da un lato, a favore del sì, emergono anche aggregazioni inedite che uniscono Lega e Udc oppure, ancora Lega, M5S e Pd che, al momento, vedrebbe insieme al governatore lombardo Roberto Maroni e al coordinatore centrista in Lombardia, Alessandro Colucci; dall’altro, Giorgia Meloni e supportata dall’ex ministro Ignazio La Russa nell’inedito ruolo di pontiere con la Lega con la quale si andrà poi alle elezioni, mentre il grosso del Pd e della variegata sinistra sposa chiaramente la tesi dell’inutilità del referendum, come sintetizza Massimo D’Alema che definisce la consultazione “dispendiosa e inutile”.

Bisogna infatti partire dall’art 116 della Costituzione, che non prevede referendum vincolanti, e non è per nulla detto che la vittoria del sì possa aprire una qualsiasi trattativa politica, soprattutto alla luce degli avvenimenti iberici.
Avvenimenti che di certo non aiutano a temperare il timore tra i leghisti di una bassa affluenza che possa rendere inutile la spesa necessaria a far svolgere la consultazione. A ribadirlo sono i risultati del sondaggio di settembre svolto per la Lega con la risposta del 56% degli intervistati nel nord ovest e del 52% nel nord est. Soprattutto non può tranquillizzare lo scetticismo del nord est che per il 53% preferirebbe una trattativa diretta tra Stato e Regioni per ottenere maggiori competenze. Preoccupazioni che cominciano a far breccia anche in Matteo Salvini che, memore dei sondaggi, teme che la scarsa affluenza implicherebbe una clamorosa sconfitta per l’immagine della Lega. D’altro canto come potrebbe spiegare una spesa di circa 60 milioni per un referendum inutile e che incappa anche in un fiasco colossale?

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