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RECORD EXPORT AGROALIMENTARE ITALIANO, NEL 2017 41 MILIARDI DI EURO

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Export Agroalimentare italiano. 61 miliardi di euro di valore aggiunto, 1,4 milioni di occupati, oltre 1 milione di imprese e 41 miliardi di euro di esportazioni.

Sono i numeri del Rapporto sulla competitività dell’agroalimentare italiano presentato da ISMEA.

Un rapporto luci e ombre quello, che mostra un quadro complesso, sia sul versante economico che su quello delle prospettive future.

Negli ultimi 5 anni le esportazioni nostrane sono aumentate del 23%.

A livello europeo, l’Italia è il maggiore esportatore per il 35%-36% dell’export di mele e di uva, per il 47% di kiwi, per il 61% di nocciole sgusciate e per il 35% di prodotti vivaistici.

Le performance migliori arrivano dall‘industria alimentare: quasi 34 miliardi di euro nel 2017, pari al 9% del valore delle esportazioni di prodotti alimentari europei, +7,5% rispetto all’anno precedente.

L’Italia inoltre, è il primo esportatore di pasta e di conserve di pomodoro con una quota del 65/66% dell’export Ue e il secondo di vini e olio d’oliva, al 27% e al 23%.

Infine, con il 13%, il Bel Paese si piazza al quarto posto per esportazione di formaggi e latticini.

“L’agroalimentare esce dal decennio di crisi con un ruolo più forte nell’economia italiana, dimostrando una grande tenuta economica e sociale nel corso della crisi e una buona capacità di agganciare la ripresa – ha sottolineato il direttore generale di Ismea, Raffaele Borriello – i segnali positivi sono stati numerosi: crescita della produttività del lavoro, ripresa degli investimenti, capacità di declinare la multifunzionalità e la qualità, con primati sul fronte dell’agricoltura biologica e delle indicazioni geografiche Dop e Igp; ottimo andamento delle esportazioni, specie di quelle tipiche del Made in Italy, quali vino e prodotti trasformati ad alto valore aggiunto”.

L’agroalimentare infatti è stato in grado di resistere meglio di altri settori alla crisi economica, rinnovandosi ed adeguandosi alle sfide emergenti, ma dal Rapporto, emergono ancora problemi legati agli squilibri strutturali della filiera agroalimentare italiana.

Il confronto con Francia, Germania e Spagna rileva un gap sfavorevole elevato in termini di strutture aziendali, di efficienza, di tecnologia e produttività.

“Il rapporto di Ismea – ha affermato il Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo, Gian Marco Centinaio – non è slo la fotografia dello stato di salute del settore nel nostro Paese ma uno strumento concreto di analisi per guardare oltre, avere una visione d’insieme e pianificare il rafforzamento e il rilancio del comparto”.

Per Centinaio inoltre, “i numeri parlano chiaro: abbiamo un potenziale enorme in termini di valore della produzione, denominazioni da registrare, crescita del bio. Ma dietro le cifre c’è di più. C’è tutto il peso della qualità. Ci sono la passione, la storia, la tradizione che rendono unico il Made in Italy agroalimentare nel mondo. C’è il sistema Italia. La nostro agricoltura è la più multifunzionale d’Europa. Allora rendiamo più competitive le imprese agrituristiche, potenziamo l’export, garantiamo una filiera sicura ed equilibrata per offrire anche nuovi posti di lavoro ai più giovani, tuteliamo il reddito delle nostre imprese”.

Una minaccia per il settore è rappresentata da quei Trattati di Libero Scambio come il CETA, il TTIP e lo JEFTA che ad esempio tutelano meno del 10% delle specialità Made in Italy.

“Questa riflessione sul Ceta la userei a Bruxelles per rivedere la politica commerciale, un trattato misto che ha tanti pro e tanti contro e soprattutto su cui non è stato fatto un dibattito adeguato tra gli stati membri” – ha detto Filippo Gallinella (M5S), presidente della commissione Agricoltura della Camera.
“E’ vero che la politica commerciale è una materia esclusiva – ha spiegato ancora Gallinella – ma oggi i produttori e i consumatori vogliono delle garanzie perché il mondo si è allargato dando tante opportunità ma abbiamo di fronte tanti competitor”.

Quindi  – conclude – “se non abbiamo una struttura logistica e commerciale e un’aggregazione importante forse una apertura ci può fare danni, per questo bisogna aprire a Bruxelles un dibattito su quale futuro della politica commerciale vogliamo avere”.

 

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