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Processo Ilva, Comune di Taranto chiede risarcimento di 10 mld e responsabilità penale per gli imputati

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Processo Ilva. Un risarcimento di 10 miliardi di euro. È la richiesta avanzata dal Comune di Taranto e dal sindaco Rinaldo Melucci, tramite il suo legale Rosario Orlando, durante il processo ‘Ambiente Svenduto’ in corso nell’Aula di Corte d’Assise.

Il Comune di Taranto, costituitosi parte civile nel processo, ha inoltre ribadito la sua richiesta al collegio giudicante di dichiarare la responsabilità penale di una serie di imputati.

Richiesta che era già stata avanzata nel 2014 come primo atto dell’udienza preliminare.

Tra gli impuntati per i quali è stata chiesta la ‘responsabilità penale’ troviamo gli ex proprietari ed amministratori dell’azienda, Fabio e Nicola Riva; l’ex presidente del cda Ilva, Bruno Ferrante; l’ex direttore di stabilimento di Taranto, Salvatore Capogrosso; gli attuali dirigenti del siderurgico, in carica col nuovo gestore ArcelorMittal, tra cui il direttore generale, Adolfo Buffo.

La condanna, è stata chiesta anche per l’ex sindaco di Taranto, Ezio Stefano.

La gestione Riva, secondo quanto dichiarato dall’avvocato Orlando, è stata caratterizzata da “una prolungata attività inquinante derivante dalle immissioni di polveri di minerali, utilizzati nell’ambito dell’intero ciclo produttivo dell’acciaio”.

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“Questo è in concreto potuto avvenire nel corso degli anni, anche e soprattutto in ragione delle soluzioni concordate con soggetti ai vertici dei vari livelli politico-istituzionali ed informativi” – ha dichiarato Orlando nelle conclusioni depositate, sostenendo inoltre che questo ha consentito “la prosecuzione dell’attività produttiva ed inquinante senza il rispetto, anzi in totale spregio delle normative di settore“.

Secondo il legale del Comune, si è trattato “di un programma criminoso funzionale alla gestione dello stabilimento Ilva di Taranto, ed in particolare, dell’area a caldo e manutentiva, con la finalità di pervenire al conseguimento di massimi profitti a scapito delle oggettive criticità ambientali e di sicurezza dello stabilimento”.

“La situazione dell’impianto siderurgico – come emerge dall’istruttoria dibattimentale – è risultata del tutto inadeguata rispetto agli standard richiesti dalle normative vigenti al momento della commissione dei reati, con risvolti drammatici per la popolazione ed i lavoratori. Per circa tredici anni, Ilva ha operato in assenza dei presidi ambientali necessari”.

Per Orlando inoltre, “è risultata senza precedenti la campagna di abbattimento di migliaia di capi di bestiami e la distruzione di mitili per la presenza di sostanze cancerogene al loro interno, con evidenti gravi ricadute anche sul sistema economico del Comune e dei suoi cittadini”.

È quindi immediato, secondo il legale, “il richiamo al danno di immagine per la città di Taranto, balzata con sinistra frequenza all’attenzione della opinione pubblica come territorio non solo contaminato, ma anche funestato da eventi lesivi in danno dei lavoratori, quale conseguenza della assoluta carenza dei presidi di sicurezza”.

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“Questa criminosa attività prolungata di sversamento – ha evidenziato Orlando – ha determinato, nel corso degli anni, anche la contaminazione dello specchio acqueo del primo seno del Mar Piccolo di Taranto, cagionando l’avvelenamento da diossina, pcb e metalli pesanti di numerose tonnellate di mitili, distrutti per ragioni sanitarie”.

Nelle sue conclusioni, Orlando ha anche inserito un passaggio riguardante l’impatto delle polveri minerali e siderurgiche sul rione Tamburi di Taranto, vicino all’acciaieria, dove è possibile trovare immobili che, “in diverse misura e consistenza economica, hanno subito un deprezzamento del valore commerciale o un danno da precoce ammaloramento dei materiali costruttivi in virtù di tali immissioni inquinanti”.

“Rispetto all’ubicazione della fonte inquinante, la svalutazione commerciale degli immobili ricadenti nel quartiere Tamburi – ha concluso Orlando – assume un andamento via via decrescente man mano che ci si allontana dalla medesima”.

Dieci milioni di euro per indennizzare “la lesione dell’immagine, del decoro, della struttura organizzativa e del patrimonio economico degli associati dell’Unione provinciale degli agricoltori di Taranto”, è invece la richiesta ribadita da Confagricoltura Taranto, costituitasi parte civile nel maxiprocesso.

L’avvocato di Confagricoltura, Donato Salinari, ha sostenuto che “il danno ambientale prodotto ha leso il diritto alla salute, alla proprietà ed all’iniziativa economica degli agricoltori associati all’Unione provinciale agricoltori di Taranto che dalle pervicaci condotte lesive dell’ambiente poste in essere dall’Ilva e dagli imputati ha subito discredito derivante dal mancato raggiungimento dei fini istituzionali dell’associazione”.

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