United States of Plastics, la sporca storia dei rifiuti americani

Un reportage del The Guardian racconta dove finiscono le milioni di tonnellate di plastica ogni anno in America.  L’anno scorso l’equivalente di 68mila container di plastica americana destinata al riciclo è stata esportata verso nazioni in via di sviluppo che smaltiscono in mondo errato il 70% dei loro rifiuti plastici.

I nuovi hotspot dove vengono riciclati i rifiuti plastici americani sono alcune delle nazioni più povere del mondo, come il Bangladesh, l’Etiopia e il Senegal, che offrono lavoratori economici e regolamenti ambientali più accondiscendenti.

In alcuni stati come la Turchia, il recente aumento dell’arrivo di rifiuti dall’estero sta impedendo la gestione regolare dei rifiuti generati localmente. Al momento queste nazioni si ritrovano sommerse di spazzatura e ci sono ancora migliaia di tonnellate di rifiuti che aspettano negli Stati Uniti di essere consegnate.

A causa di queste situazioni e con l’aumentare dell’emergenza plastica in tutto il mondo, il mese scorso 187 nazioni hanno firmato un trattato dando la possibilità di bloccare l’importazione di rifiuti plastici contaminati o difficili da riciclare.  Solo alcune nazioni non hanno firmato: una di queste è gli Stati Uniti.

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“La gente non sa dove finisce la loro spazzatura. – dichiara Andrew Spicer, che insegna Responsabilità Sociale all’Università del South Carolina e presiede nel Consiglio dello Stato – Per le corporazioni del riciclaggio è solo un modo per fare soldi. Non ci sono regole globali, solo un immenso, sporco mercato che consente ad alcune compagnia di sfruttare un mondo senza regole”.

Dove finisce la spazzatura americana

Di tutti i rifiuti plastici prodotti in America solo il 9% viene riciclato. Di questo la metà viene trattata in Cina e a Hong Kong: circa 1,6 milioni di tonnellate della plastica americana riciclata ogni anno. Queste nazioni hanno sviluppato un’intera industria atta alla raccolta e al riuso delle materie plastiche più di valore che poi vengono rivendute al mondo occidentale.

Ma la maggior parte dei rifiuti che invia l’America sono contaminati da cibo o polvere  o semplicemente non riciclabile. E tutto questo finiva nelle discariche cinesi. Per questo motivo la Cina ha deciso di chiudere le proprie frontiere ai rifiuti che non siano al 100% riciclabili.

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Dall’embargo cinese i rifiuti americani sono diventati una patata bollente globale, rimbalzando da nazione a nazione. I dati The Guardian indicano che gli Stati Uniti stanno imbarcando più di un milione di tonnellate l’anno di rifiuti plastici, la maggior parte dei quali verso luoghi che già sono sommersi dalla spazzatura.

Il problema principale resta il fatto che questi rifiuti vengono mandati al riciclaggio in stati che non riescono neanche a riciclare la propria spazzatura. Uno studio guidato dall’Università della Georgia ha rilevato che la Malaysia, per esempio, gestisce in modo sbagliato il 55% dei propri rifiuti plastici. Per “modo sbagliato” si intende che la spazzatura viene o scaricata illegalmente o messa in discariche inadeguate. In Indonesia e in Vietnam questa percentuale arriva all’ 81% e all’ 86% rispettivamente.

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“Stiamo disperatamente cercando di disfarci di tutta la nostra spazzatura – dice Jan Dell, un ingegnere indipendente che lavora con vari gruppi ambientalisti –  L’’ultimo sistema è di metterla tutta in una nave e di farla partire, per poi girare da porto a porto fino a che qualcuno non la accoglie”.

Prendete il Vietnam, per esempio. Minh Khai, un villaggio su un fiume vicino Hanoi, è il centro di un’industria casalinga di gestione di rifiuti. Spazzatura da tutto il mondo, con scritte in lingue diverse, dall’arabo al francese, restano impilate su quasi tutte le strade di questa comunità di circa 1000 case. I lavoratori raccolgono la spazzatura e la portano in officine al limite dell’usabilità e la lavorano tra rifiuti tossici e odore nauseabondo.

In questa cittadina camion e camion di spazzatura arrivano ogni giorno: anche l’arco di benvenuto all’inizio del paese è circondato da cataste di rifiuti plastici. Nel 2018 solo gli Stati Uniti hanno mandato 83mila tonnellate di rifiuti plastici da riciclare nel Vietnam. “Siamo terrorizzati dai fumi dei rifiuti e non ci pensiamo minimamente a bere l’acqua del luogo. – dice Nguyen Thi Hong Tham, uno dei cittadini che sopravvive lavorando la plastica, guanti alle mani, maschere in viso e il tipico cappello conico in testa – Però non abbiamo soldi e qui se vuoi lavorare devi fare questo”.

Gli effetti sulla salute dei lavoratori ancora non sono stati studiati ma è stato confermato che i fumi tossici provenienti dalle plastiche bruciate possono causare malattie respiratorie: l’esposizione a sostanze tossiche come l’acido cloridrico, il diossido di zolfo e la diossina possono causare cancro e altre malattie letali.

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Una volta che la plastica è stata smistata da lavoratori come Tham, altri mettono i resti nei trituratori prima di disporli in condensatori che provvedono a sciogliere e poi modellano in pellets. Anche se nazioni come la Malaysia, la Thailandia e lo stesso Vietnam stanno cercando di ridurre l’importazione dei rifiuti plastici dall’estero, i dati registrano una nuova serie di “porti sicuri” per questi rifiuti. I container adesso fanno rotta verso la Cambogia, Laos, Ghana, Etiopia, Kenya e Senegal, che fino a pochi anni fa non ricevevano nessun tipo di rifiuti dall’America.

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The Guardian riferisce che dalla seconda metà del 2018 ogni mese container contenenti 260 tonnellate di plastica americana viaggiano in uno dei luoghi più distopici sommersi della terra: la città di Sihanoukville, in Cambogia, dove in alcune zone ogni centimetro dell’oceano è coperto di plastica galleggiante e la spiaggia non è altro che un tappeto scintillante di polimeri.

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Com’è possibile che la plastica americana arrivi fino a un villaggio nel Sud Est asiatico?

Il primo step della plastica statunitense nel suo viaggio lungo mesi è una centrale di riciclaggio divisa in balle a seconda del tipo. In seguito la plastica riciclabile viene inviata a società private che la fondono, la trasformano in pellets e poi creano da questi qualcosa di completamente nuovo. Nel passato recente questa plastica veniva fusa in Cina, trasportata dalle stesse navi che avevano scaricato per il mercato statunitense gli oggetti creati tramite quella presa dagli Stati Uniti.

Steve Wong è uno di questi uomini d’affari. La sua società, con sede a Hong Kong, raccoglieva tutta la plastica proveniente dagli Stati Uniti e la trasportava in Cina. “Ai tempi ero uno dei più grandi esportatori del mondo – dice Wong –  adesso la mia compagnia Fukutomi Recycling è sommersa dai debiti”.

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Il problema non è chiaramente la mancanza di materia prima. Ogni mese l’equivalente di migliaia di container pieni di plastica riciclabile si stanno ammucchiando nei porti americani. Non è neanche la domanda il problema: la plastica riciclata è chiesta in maniera costante dalle migliaia di industrie cinesi per la creazione di nuovi prodotti.

Molte nazioni stanno distruggendo il business dietro al riciclo legale, dopo che molti uomini senza scrupoli hanno aperto attività in quegli stati, lavorando in modo più economico possibile, con nessun rispetto per l’ambiente locale o per i lavoratori. “Nella nostra industria se fai le cose in modo giusto aiuti l’ambiente – dice Wong – se lo fai in modo improprio lo distruggi”.

Nelle Filippine, arrivano circa 120 container al mese a Manila, in una zona industriale che una volta era una vecchia base militare. I dati indicano che sono pieni di resti plastici spediti da Los Angeles, Georgia e dal Newark.

Dal porto di Manila una parte della plastica viene trasportata a Valenzuela City, conosciuta come Plastic City, dove i residenti hanno spesso espresso preoccupazione per un numero di fabbriche di trasformazione plastica che stanno spuntando nella zona. “Ci sono giornate in cui è impossibile respirare. –  dice Helen Lota, una negoziante del luogo – Molto di noi si stanno ammalando. Mia figlia è all’ospedale perché non riesce a smettere di tossire”.

Nonostante tutto il riciclaggio è una delle fonti principali di guadagno della zona. I funzionari e i residenti intervistati da The Guardian credono che la plastica trattata in città sia quella locale: nessuno sospetta che la maggior parte di essa provenga dagli Stati Uniti. I rappresentanti delle fabbrichesi sono rifiutati di essere intervistati.

In Turchia, l’importazione di plastica sta mettendo a rischio intere professioni.

Da quando la Cina ha chiuso le sue porte, l’ammontare di plastica da riciclare che riceve la Turchia dall’estero è passata da 159mila tonnellate a 439 in due anni. Ogni mese circa 10 navi arrivano ai porti di Istanbul e Adana, portando circa 2000 tonnellate di residui plastici provenienti dagli Stati Uniti. La maggior parte viene dai porti della Georgia, di Charleston (Maryland), da Baltimora e da New York. Queste navi si uniscono alle dozzine provenienti dal Regno Unito e dall’Europa.

Il loro arrivo è atteso con ansia dagli “Scrap Pickers“, scavatori di rifiuti, centinaia di migliaia di persone in tutta la Turchia che girano le strade alla ricerca di plastica e la rivendono alle fabbriche per la produzione di prodotti come borse di plastica.

“Ci sono circa 500mila scrap pickers in Turchia che lavorano come formiche raccogliendo la spazzatura – dice Baran Bozoglu, capo della Camera Turca per l’Ingegneria Ambientale.

Il problema è che adesso le stesse fabbriche che acquistavano la spazzatura plastica locale dai pickers la trovano in quantità superiori e a un prezzo molto più economico grazie a quella importata dall’estero, lasciando praticamente centinaia di migliaia di persone senza possibilità di guadagno e, soprattutto, negando l’opera di queste persone che supportano direttamente il riciclo locale.

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Le persone che lottano per cambiare il sistema

Le ramificazioni ambientali e sociali dell’esportazione di plastica americana sono sconvolgenti anche per chi lavora nel settore. Bob Wenzlau è considerato uno dei padri fondatori del sistema di riciclaggio americano porta a porta, avendo lanciato il programma per la prima volta a Palo Alto in California nel 1976.

Il riciclaggio porta a porta “era partito con le migliori intenzioni: ne ero assolutamente orgoglioso”, dice Wenzlau. Dopo essere venuto a conoscenza della situazione attuale, con le conseguenze dell’esportazione americana di rifiuti nelle nazioni più povere il suo pensiero è totalmente diverso: “ho il cuore a pezzi, il sistema che ho creato per aiutare l’ambiente sta avendo l’effetto opposto”.

Wenzlau ha recentemente convinto il consiglio cittadino di Palo Alto a passare un emendamento che richiede alle agenzie di riciclaggio locali di riferire agli abitanti riguardo alle conseguenze sociali e ambientali di qualsiasi materiale riciclato che finisce nelle nazioni straniere.

Anche a San Francisco, una delle città con il più alto livello di riciclaggio degli Stati Uniti, pluripremiata per l’impegno ambientale, avvisano che il sistema sta per crollare. “Il discorso è semplice, c’è troppa plastica – e di troppi tipi diversi”, scrive Michael J Sangiacomo di Recology.

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Uno studio rilasciato recentemente dal gruppo ambientalista Gaia ha documentato il prezzo in vite umane della plastica americana esportata nelle nazioni che la ricevono. Sul report viene indicato che “l’impatto dello spostamento del commercio del riciclo verso il sud est asiatico è stato devastante – fonti d’acqua contaminate, morte dei raccolti, malattie respiratorie causate dalla plastica bruciata e l’ascesa del crimine organizzato”. “Queste nazioni e i loro popoli si stanno sobbarcando il costo sociale, economico e ambientale di questo inquinamento, probabilmente per generazioni”

Per molti esperti l’esempio più eclatante di come una industria del riciclaggio fuori controllo possa distruggere una nazione è la Malaysia. Subito dopo il ban della Cina, questo paese è diventato la destinazione principale della plastic americana – e ne sta ancora pagando il prezzo

Nei primi mesi del 2018 gli Stati Uniti hanno inviato 192,000 tonnellate metriche di rifiuti plastici alla Malaysia per essere riciclati. Alcune delle industrie locali hanno la licenza per gestire i rifiuti stranieri, altre solo quella per i rifiuti locali ma smaltiscono anche di nascosto quelli stranieri. Spesso questo “smaltimento” indica solo il bruciare illegalmente la plastica, inondando gli abitanti vicini di miasmi tossici.

A ottobre il governo malese ha annunciato un piano che blocca l’emissione di nuovi permessi di importazione di rifiuti plastici dall’estero e la chiusura totale entro tre anni. Anche in questo modo, però, rimangono ancora tonnellate di rifiuti ammassati nell’entroterra, ammucchiati da affaristi senza scrupoli.

Nei dintorni di Jengjarom, una città nel distretto di Kuala Langat, dove le autorità locali hanno chiuso 34 impianti illegali dal luglio scorso, un proprietario terriero sta cercando di disfarsi del monte di plastica alto 4 metri scaricato illegalmente da uno degli impianti chiusi. Nella stessa zona un enorme campo pieno di plastica straniera è stato abbandonato dal precedente proprietario: un gruppo di industriali cinesi che hanno lasciato il paese immediatamente dopo la chiusura delle fabbriche.

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E in tutto questo l’importazione illegale di rifiuti dagli Stati Uniti continua a crescere. Secondo il Ministro dell’Ambiente Malese, Yeo Bee Yin, molti importatori semplicemente cambiano il codice sui documenti dei container per farli sembrare pieni di plastica vergine, che non ha limitazioni o regolamentazioni, invece di rifiuti da riciclare.

L’arrivo continuo di plastica dall’estero non è una sorpresa per Pang Song Lim, un ingegnere civile di 44 anni che vive a Sungai Petani, una città di mezzo milione di abitanti nello stato di Kedah. Le autorità hanno dichiarato che in quella zona ci sono almeno 20 impianti illegali per il riciclo della plastica. Ogni sera al tramonto, Lim prepara la sua casa e il suo naso per l’arrivo del miasma infernale proveniente dalla plastica bruciata li vicino, fumo che invade tutta la città, scuole e ospedali compresi.

“Ormai siamo abituati, l’odore di plastica bruciata arriva puntualmente dopo le 8 di sera – dice Lim –  Ho provato a sigillare le finestre ma non è servito a niente. “Ti svegli a mezzanotte per colpa dell’odore. – dice Christina Lai, un attivista locale -Un giorno tutta questa terra sarà coperta dalla spazzatura”.

 

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