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Sempre più strade sono realizzate con plastica riciclata

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Cresce sempre più il numero di strade realizzate con asfalti speciali che contengono plastica di scarto, che altrimenti sarebbe impossibile riciclare. Una pratica che l’India pratica già da diversi anni e con la quale ha già realizzato oltre 100 mila chilometri di strade, partendo dalla città di Bangalore – pioniera di questa tecnologia elaborata in cooperazione fra la municipalizzata e l’università locale.

Bangalore ha pavimentato circa 3.000 chilometri di strade utilizzando 15.000 tonnellate di rifiuti di plastica, in una proporzione dell’8% rispetto al bitume.

La sperimentazione ha permesso di valutare i vantaggi di questo mix (bitume e plastica): migliore tenuta nel tempo e riduzione dei costi di manutenzione.

Diversi studi hanno dimostrato che le strade realizzate con questa tipologia di asfalti hanno il potenziale per funzionare meglio rispetto alle strade razionali , oltre al fatto che recupera una quantità considerevole di plastica che si sarebbe dispersa nell’ambiente.

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Dobbiamo essere realistici nel modo in cui cerchiamo di porre rimedio al vasto problema dell’inquinamento da plastica – ha dichiarato Doug Woodring, il fondatore di Ocean Recovery Alliance, una Ong che combatte l’inquinamento da plastica degli oceani – riciclare la plastica è costoso e complicato. Se si potesse darle un valore trasformandola in reti da pesca, in carburante o in materiale per le pavimentazioni e per le costruzioni non verrebbe dispersa sul terrivorio, non verrabbe bruciata e non finirebbe nell’oceano”.

E le microplastiche?

“L’uso di plastica di scarto nella costruzione di strade – spiega Michael Burrow, ingegnere dell’Università di Birmingham autore di uno studio globale su questa tecnologia –  aiuta a migliorare sostanzialmente la stabilità, la resistenza, la durata e altre proprietà utili delle miscele bituminose, portando a una migliore longevità e migliori prestazioni della pavimentazione”.

Sulla stessa linea sono molti suoi colleghi.

“Il bello delle strade è che ce ne sono tantissime – gli fa eco Greg White, autore di una recente ricerca sul tema del dipartimento d’Ingegneria stradale dell’università australiana della Sunshine Coast.

Per White, quello che ad oggi manca, sono i dati dell’invecchiamento e della resistenza su tempi lunghi, perché nella maggior parte dei Paesi la tecnologia è già in uso da troppo poco tempo (meno di dieci anni).

Normalmente, l’asfalto è composto al 90-95% da aggregati (ghiaia, sabbia o calcare) e al 5-10% da bitume (una miscela derivata dalla raffinazione del greggio che lega insieme gli aggregati).

Il nuovo modello prevede di aggiungere i polimeri di scarto al bitume perché i rifiuti di plastica possono fungere da legante ancora più forte del bitume, ma spesso sostituiscono solo il 5-10% del bitume, anche se alcuni metodi ne utilizzano di più.

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Questa tecnologia si sta diffondendo in diversi Paesi tra cui Sud Africa, Australia, Vietnam, Messico, Filippine e Stati Uniti, ma piano piano sta conquistando anche l’Europa.

In Italia, l’azienda Mapei ha già utilizzato polimeri termoplastici nella pavimentazione di diversi aeroporti, fra cui il Marco Polo di Venezia, e ha appena siglato un accordo con Iren per allargarne l’utilizzo.

I test realizzati anche con il supporto del Laboratorio Stradale del Politecnico di Milano hanno evidenziato che l’utilizzo di questi additivi porta alla realizzazione di asfalti più sostenibili e duraturi, adatti a strade, autostrade, aree industriali e commerciali.

“I conglomerati bituminosi additivati con questi tecnopolimeri – ha spiegato Mapei – conferiscono alle pavimentazioni, a parità di spessore, un aumento significativo della vita utile, con conseguente riduzione dei costi di manutenzione e una resistenza alla deformazione permanente dovuta al carico d’esercizio”.

 

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